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Chiesa Evangelica Metodista (Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi) - Comunità di Verbania e Omegna
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    Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. 45 Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; 46 e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata. 47 Il regno dei cieli è anche simile a una rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni genere di pesci; 48 quando è piena, i pescatori la traggono a riva, poi si mettono a sedere e raccolgono il buono in vasi, e buttano via quello che non vale nulla. 49 Così avverrà alla fine dell’età presente. Verranno gli angeli, e separeranno i malvagi dai giusti 50 e li getteranno nella fornace ardente. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti. 51 Avete capito tutte queste cose?. Essi risposero: «Sì».

    52 Allora disse loro: «Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie».  (Matteo 13 , 44 – 52)



    Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo”, ed “è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle”… Così, in parabole, Gesù ha parlato ai discepoli e poi – come scritto – ha chiesto loro: “Avete capito tutte queste cose?”. E la risposta è stata un pronto “Sì”. 

    Come i discepoli, la chiesa ha risposto anche lei sempre di “Sì” a questa domanda del Signore: “Sì, Signore, noi abbiamo capito le tue parabole, e adesso le spieghiamo noi agli altri nel tuo nome”. 

    Ma come e cosa ha capito la chiesa delle due prime, brevi, fulminanti storie del “tesoro nascosto” e della “perla preziosa”? 

    Per secoli le ha lette e le ha spiegate alla luce della frase, presente in tutte e due: “Va e vende tutto quello che ha”, come un’altra versione dell’ammonimento di Gesù al “giovane ricco” :“Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli (vedete?… c’è il “tesoro” anche qui…). Poi vieni e seguimi” (Matteo 19,21): solo se rinunci a tutto ciò che hai, potrai davvero, nel caso del “giovane ricco”, seguire Gesù, essere suo discepolo… oppure, nelle nostre due parabole, potrai acquistare “il regno dei cieli”. 

    A noi viene subito in mente Valdo di Lione, la cui scelta di povertà sembra sia nata proprio dall’ascolto di queste parole… e sembra che questa sia stata anche l’esperienza di Francesco d’Assisi. E tutti e due, Valdo e Francesco, “sono andati e hanno venduto tutto”, “nudi, hanno seguito un Cristo nudo”. 

    E prima di loro e dopo di loro, tanti altri cristiani e cristiane hanno vissuto come “la parola di Gesù per loro” quell’invitoe l’hanno messo in pratica come la norma per la loro vita. Credenti che hanno saputo lasciarci un grande esempio: sono stati, per la grazia di Dio, “luce del mondo” “sale della terra” (cfr Matteo 5, 13 ss.). 

    Ma se tutto questo vale pienamente per il “va’ e vendi” di Gesù al giovane ricco, io non so se possiamo fare con la stessa sicurezza il medesimo discorso per le nostre due parabole, e perciò dire che sono essenzialmente un invito del Signore ad un discepolato radicale… c’è come una pulce nell’orecchio, rappresentata dall’apertura delle due parabole: “Il regno dei cieli è simile a”… Con queste parole introduttive Gesù ci dice che il tema di queste sue piccole/grandi storie è appunto il “regno dei cieli”

    Ma cos’è il “regno dei cieli” 

    Forse, in maniera semplice, potremmo dire così: il “regno dei cieli” o – come lo chiamano gli altri evangelisti – il “regno di Dio”(Matteo, da bravo ebreo, usa “cieli” per non nominare il nome dell’Altissimo), è il “regnare” di Dio, è cioè Dio che esercita fattivamente la sua sovranità. Quando allora Gesù parla del “regno”, e già all’inizio della sua predicazione dice: “Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Matteo 4, 17), annuncia che nella sua persona, Dio sta per operare e anzi già opera con sovrana onnipotenza e, di più e soprattutto, che proprio perché è presente e opera attraverso lui, questo dispiegamento di potenza sarà tutto nel segno dell’amore, della sua misericordia verso gli uomini. Com’è scritto in Giovanni:“Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3, 16)

    Ma allora, se il “regno dei cieli” è Dio impegnato nella sua opera d’amore, quando Gesù ci dice che esso“ è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo”, e poi che “è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata”, di chi sta parlando? Chi è l’”uomo che trova un tesoro, e va e vende tutto quello che ha”? E chi è “il mercante” che ugualmente “va e vende tutto” per acquistare la “perla di gran valore”? Siamo proprio sicuri che siano due immagini del credente che deve dare via “tutto quello che ha” per procurarsi il “regno dei cieli”? o non potrebbero essere, queste figure, due inattese, sorprendenti, bellissime immagini di Dio? 

    A rileggere il testo partendo proprio da quel ripetuto: “Il regno dei cieli è simile a…”, questa interpretazione “capovolta” è possibile almeno quanto l’altra tradizionale. Ma allora, se è così, qui Gesù ci sta dicendo che non conta quello che noi possiamo fare… non conta nemmeno quello, pure straordinario, che hanno fatto Valdo o Francesco quando “sono andati e hanno dato via tutto quello che avevano”… no, qui conta quello che Dio ha fatto e fa per noi! 

    E cosa fa per noi? e come ci considera? Se è proprio lui, Dio, che Gesù ci rappresenta nell’“uomo” e nel “mercante” di queste due parabole, allora il “tesoro” e la“perla di gran valore” siamo noi! Ma allora noi siamo “preziosi” per il Signore! Siamo così preziosi che lui, Dio, “spinto dalla gioia” di averci trovato, “va e vende tutto quello che ha” pur di poterci avere… Sì, Dio “è andato e ha venduto tutto”: ha dato il suo stesso Figlio “per comprarci”. Come dirà poi Paolo: “siamo stati acquistati a caro prezzo!” (cfr 1 Corinzi 6, 20)… 

    Qui allora abbiamo una bellissima rivelazione dell’amore di Dio, della sua pura grazia. Ed in questa rivelazione della grazia, torna ad avere importanza un elemento di queste parabole che invece nella lettura tradizionale s’era un po’ disseccato, rattrappito: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo”. Sì, qui ritorna ad esplodere “la gioia”, che era stata sostituita con l’impegno e la grinta richiesti a chi deve saper dare via tutto per il “regno dei cieli”. Ed è la stessa gioia, lo stesso sorriso divino che ricolma di sé altre parabole di Gesù: è la gioia del pastore che trova la sua “pecora smarrita”, e quella della donna che invita a fare festa le vicine perché ha in mano la sua “dracma” che temeva di aver perso, e l’altra incontenibile del “padre” che da lontano scorge il proprio figlio “che era perduto e che era come morto” avvicinarsi timoroso a casa, e “gli corre incontro, lo abbraccia e lo bacia e lo ribacia” (cfr Luca 15, 2 ss.). 

    E in risposta alla gioia del Signore, c’è la nostra “gioia”: la meraviglia incredula e stupita di chi fa la scoperta d’essere – proprio lui, lei! – un“tesoro” una “perla” a cui Dio tiene… deve credere questo e ci può credere… e allora il “regno” è suo! Perché lui è del Signore che per lui ha dato tutto, che ci ha dato Gesù che ci racconta queste due brevi storie, luminose della grazia di Dio. 

    Grazie alla bella iniziativa degli Itinerari interculturali, abbiamo ospitato nelle nostre chiese tante persone, abbiamo raccontato loro, e ci siamo raccontati, la nostra storia, la nostra spiritualità, la nostra teologia. Abbiamo ricordato la Riforma e i suoi principi… 

    In fondo la Riforma è nata proprio da una lettura della Bibbia simile a quella che abbiamo fatto oggi, “capovolta” rispetto a quella tradizionale: la lettura sorpresa e riconoscente di chi ha creduto e ha capito che al cuore dell’evangelo non c’è quello che dobbiamo fare noi per guadagnare il “regno dei cieli”, ma quello che Dio ha fatto per acquistare noi! 

    Così molti cristiani hanno ritrovato la gioia di una fede che è il riflesso luminoso della gioia di Dio che non si stanca di cercarci e quando ci ha trovato ne è felice, perché ci ama e ci vuole, e proprio col suo amarci e con il suo volerci ci rende quei “tesori” e quelle “perle” che non siamo, ci stima ben di più di quanto non valiamo… 

    Gesù oggi ci ha raccontato anche un’altra parabola, di un colore diverso, un colore inquietante, così com’è inquietante l’ambiente in cui ci porta: “Il regno dei cieli è anche simile a una rete gettata in mare…”. 

    Dal campo del tesoro, dalle strade percorse dal mercante, eccoci adesso“in mare”. Per gli Ebrei il mare è sempre stato un profondo angoscioso mistero: un universo che ricorda “le acque che coprivano la superficie dell’abisso” del caos, prima ancora che l’universo fosse fatto (cfr Genesi 1, 2), è un universo sconosciuto: ne vedi solo le onde, ma cosa c’è al di sotto, quello non puoi saperlo. In quel periodo, il mare in Israele era chiamato così: “il mondo delle cose nascoste”. 

    Ora, dal “mondo delle cose nascoste”, emerge una rete. E quella rete porta con sé un giudizio. Perché lì tra quelle maglie, mescolati insieme, ci sono “il buono” “il cattivo”, “quel che non vale nulla”. Questa mescolanza sarà poi separata, e “quello che non vale” sarà “gettato via nella fornace ardente”. Là – è l’ultima parola da brivido che chiude la parabola – “sarà pianto e stridore di denti”. 

    Anche questa parabola, è compresa con le due che la precedono nella domanda di Gesù ai discepoli: “Avete capito tutte queste cose”?. E anche per Gesù, la risposta dei discepoli prima e della chiesa poi è stata: “Sì”

    Ma anche qui, come ha capito la chiesa questa parabola? Abbiamo ascoltato come Gesù la spiega: “Così avverrà alla fine dell’età presente. Verranno gli angeli, e separeranno i malvagi dai giusti”. Se “il regno dei cieli” è il “regnare di Dio nel suo amore”, se tu rifiuti la sua offerta di amore, allora quell’offerta rifiutata diventa il tuo giudizio di condanna. E Gesù qui, parla della terribile possibilità di questo giudizio e di questa condanna, che avverrà attraverso una doppia “separazione” :“alla fine dell’età presente”, “i malvagi” saranno prima “separati dai buoni”, e poi da Colui che loro stessi hanno rifiutato, per andare nel luogo simbolico della disperazione: “la fornace ardente” in cui “sarà pianto e stridore di denti”. 

    Ma, se mai questa possibilità dovesse verificarsi, “avverrà” solo alla fine dell’età presente”, e ad opera degli “angeli”. Ed invece la chiesa non ha avuto esitazioni a anticipare questa “fine” al tempo che viveva nella storia, né ha avuto esitazioni a fare suo il compito degli “angeli”. E ha “separato” lei “i malvagi dai giusti”, li ha giudicati e condannati senza battere ciglio. Quanta parte della storia del cristianesimo è caratterizzata anche dalle scomuniche, dalle sanzioni, dalle condanne e dalle esclusioni? “Extra ecclesiam nulla salus”, “Fuori della chiesa non c’è salvezza”. Già poco dopo l’epoca apostolica, questa formula è stata decisiva per esprimere il modo con cui la chiesa ha guardato a se stessa come alla comunità che giudica ed esclude nel nome del Signore. 

    Ma se “il regno dei cieli”, a cui la parabola “è simile”, anche qui, Dio instaura in Gesù il suo regno d’amore, allora non è fuori della chiesa che non c’è salvezza, ma al di fuori di Gesù! E lui, Gesù, è incomparabilmente più grande della chiesa. E a lui, in unione col Padre, spetta il giudizio! Sta a lui, e non a noi, “separare fra i buoni e i malvagi”; a lui che sa quel che c’è veramente nel cuore di ogni uomo di chiesa e non di chiesa. 

     E questa parabola di Gesù ci riconferma in questa posizione. Ci ricorda che noi siamo “rete”, e quello che possiamo e che dobbiamo fare è “raccogliere ogni genere di pesci, buoni e cattivi”. Il giudizio appartiene al Signore e solo a lui, e per quello si servirà degli “angeli”, e non di noi…

    Questo discorso del giudizio che appartiene solo a Dio, vale per tutti coloro che, nella chiesa e nella vita, noi incontriamo anche a livello della nostra esistenza quotidiana, noi dobbiamo imparare che il Signore ci chiama ad “accogliere e raccogliere” e a evitare i giudizi, che appartengono a lui, che, unico, conosce i nostri cuori.

    Vorrei ricordare un episodio della vita di Lutero (che fra l’altro, accusato nel 1519 dal suo avversario Johannes Eck di essere un Hussita, prima negò con sdegno, poi incuriosito lesse le opere di Hus, e alla fine dichiarò: “Che cosa strana! Sono davvero un hussita, e neanche lo sapevo!”). Nel 1521, un monaco e teologo, Johannes Bugenaghen, sino ad allora prudentemente interessato alle sue idee, lesse il suo scritto "La cattività babilonese della chiesa", e, sconvolto dalla rivoluzione che quell’opera introduceva nel modo di pensare e di vivere i sette sacramenti tradizionali della chiesa, fra l’altro riducendoli a due, la gettò a terra con parole di spavento e di collera. Poi però la riprese, la rilesse più volte, e alla fine confessò: “Il mondo sinora è stato cieco”. E uscì dal suo convento, si recò a Wittenberg, e divenne uno dei principali collaboratori del Riformatore. Aveva scoperto la “novità” che smascherava le lacune del “vecchio”, e portava alla luce la verità. 

    Il “nuovo” e il “vecchio”… È il tema dell’ultima parola di Gesù di oggi: “Ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie”.

    Viviamo tempi niente affatto facili, come credenti e come cittadini… tempi oscuri, di crisi politica, economica, religiosa e morale… Il pericolo che si corre nei momenti difficili è cercare vie d’uscita ai due estremi. Da un lato c’è la tentazione di richiudersi nel “vecchio”: rimpiangere il passato come “l’età dell’oro” e intestardirsi a fare sempre e soltanto quel che s’è sempre fatto: viva “l’antico usato”, senza voli e avventure che non sai dove portano. Ma se si fa così, crediamo di star sempre sulle nostre posizioni, e invece ci sgretoliamo a poco a poco, come una vecchia statua esposta al sole, alla pioggia ed al vento. 

    Dall’altro lato, si sceglie invece di buttarsi in avanti: se siamo in crisi, è segno che quel che finora siamo stati, non funziona! E allora, “rinnoviamoci!” e buttiamo via il vecchio. Tutto sia nuovo per avere tempi nuovi! E certo questa strada è migliore di quella del conservatorismo: anche nella parola di Gesù che abbiamo appena riletto, se ci fate caso, il “discepolo del regno tira fuori dal suo tesoro” prima le “cose nuove”, e poi le “vecchie”: ascoltare Gesù, imparare da lui, è essenzialmente avere a che fare con il “nuovo”: una nuova inattesa rivelazione di Dio, un nuovo rapporto con se stessi e col mondo, un nuovo senso che illumina la vita… Anche oggi abbiamo fatto l’esperienza di come la Scrittura possa sempre sorprenderci, aprirci nuove comprensioni e nuove strade… 

    E però, dopo le “cose nuove”, dobbiamo tirare fuori anche le “cose vecchie”. Se ci stacchiamo dal tronco che ci porta, finiamo a terra come foglie ingiallite. Crediamo di volare, ed invece cadiamo solamente…

    Diamo retta quindi a Gesù. Tiriamo fuori “dal nostro tesoro”, con coraggio e lungimiranza, ma anche con calma e pazienza, “cose nuove e cose vecchie”. È il segreto che Gesù oggi ci insegna: il “nuovo” e il “vecchio”, non solo non si oppongono, come spesso pensiamo, ma anzi appartengono allo stesso “tesoro” e, di più, si rafforzano a vicenda. Se le “nuove” non vengono ad animare le cose vecchie, le “cose vecchie” muoiono. E al contrario, le “cose nuove” hanno un senso e raggiungono lo scopo solo nella misura in cui trovano origine e senso nelle “vecchie”. 

    Solo che, dobbiamo imparare a non confondere, come a volte ci capita di fare, quel che è vecchio e quel che è nuovo. E dobbiamo imparare a articolarli. 

    E ancora una volta torniamo alla Riforma, che oggi abbiamo più volte ricordato: i Riformatori hanno rinnovato una parte importante della chiesa e della società del loro tempo, non buttandosi avanti in maniera spericolata, ma tornando al più vecchio del vecchio: per ridare alla chiesa del loro tempo quella “forma” che secondo loro aveva perso, sono andati alle fonti, sono andati alla Bibbia (è il senso del “sola Scriptura”), perché lì, in quelle antiche, venerande pagine hanno riscoperto e “tirato fuori” il “nuovo”, il soffio d’aria fresca che rende tutto limpido e spazza via il “vecchiume” anche moderno...

    Finiamo con la prima parabola di oggi: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo”. 

    Noi abbiamo tutti un po’ la sensazione di essere a terra, coperti dalla polvere. Ma arriva “un uomo”, ci trova e sorride felice. E corre via con gioia e per noi dà via tutto quello che ha. E poi torna, ci prende nelle mani, ci solleva e ci scuote, e manda via la polvere e il vecchiume, ci fa brillare al sole come nuovi.

    Quell’“uomo” è il nostro Dio. Noi siamo il suo “tesoro”. Gesù ce l’assicura, ci rinnova la gioia e lo stupore. 

    Avete, abbiamo capito tutte queste cose?”. Se “Sì”, allora veramente “beati noi” !

                                                                    AMEN



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    “Cercate Gesù di Nazareth, quello che hanno crocifisso? È resuscitato, non è qui.” (Marco 16:6)

    È uscita circa dieci anni fa una biografia originale di Bob Dylan, intitolata I’m not there, “Non sono qui”. Reputato un personaggio molto schivo, Dylan non compare in questo film: sei attori rappresentano le diverse tappe della sua vita.
    Questo mi ha fatto pensare a Gesù, al mattino di Pasqua. Per le donne che vengono per ungerlo, Egli è nella tomba, visto che è morto crocifisso. Però il sepolcro è vuoto, la pietra è stata rimossa e un giovane uomo, vestito di bianco, è seduto sulla pietra e dice loro: “Voi cercate Gesù di Nazareth, quello che hanno crocifisso? È resuscitato, non è qui”. Il giorno si alza su questa novità di Pasqua e sulla nuova identità di Gesù, il risorto: questo sarebbe stato scritto sulla sua carta di identità (se ne avesse avuta una!). È stato crocifisso e questo sarebbe stato scritto sull’atto di decesso. E le donne lo cercano là dove dovrebbe essere ma non c’è più. Dove possiamo trovarlo?
    E noi? Possiamo cercarlo tra i personaggi che hanno segnato la Storia… ma non c’è, oppure c’è ma come un personaggio importante del passato. Possiamo cercarlo là dove il suo percorso terrestre è terminato: la croce. Ma non è là, non è soltanto là. Non è qui: il sepolcro è vuoto, la pietra è stata rimossa e un essere vivente è lì al suo posto. Allora perché non cercarlo là dove c’è la vita, là dove Egli ci precede? Il giorno della Resurrezione nessuno l’aveva visto ma un messaggero aveva detto: “Andate in Galilea, Egli vi precede”.
    Ecco: queste donne che credono partono per annunciare il lieto evento ai discepoli (sappiamo che non sono state credute). Come le donne al mattino di Pasqua, il nostro cammino può iniziare nella notte dei perché? Come? E’ vero? Dove è?, senza la presenza concreta e visibile di Gesù. Ma anche di notte la strada è illuminata, perché Chi ci precede ci indica la strada e ci ha fatto una promessa: “Io sono il cammino, la verità e la vita. Non vi lascerò soli, sarò con voi sino alla fine del mondo”.
    Leggiamo nell’evangelo secondo Luca, al capitolo 24, che Gesù appare a due discepoli, che non Lo riconoscono. Bisogna aspettare un bel po' prima che i loro occhi si aprano! Non Lo riconoscono quando cammina con loro e nemmeno quando Egli spiega loro i passi della Bibbia che lo riguardano. Ma quando, a tavola, Gesù prega, spezza il pane e lo distribuisce, allora i loro occhi si aprono… ma Gesù, presenza concreta fino a questo momento, sparisce dalla loro vista. In questo racconto c’è questa progressione: Gesù cammina con loro, parla con loro, spiega le sacre scritture, fa finta di voler continuare il viaggio da solo, non si impone, lascia che siano loro ad invitarlo. Poi, al momento della condivisione del pane, sparisce. Perché?
    Infine, vi è una scena narrata da Giovanni, al capitolo 21. Siamo sul lago di Galilea. I discepoli, avendo ripreso il loro lavoro di pescatori, stanno tornando a riva dopo una lunga notte, senza aver pescato nemmeno un pesce. Sono stanchi e tristi, fortemente provati dal dramma della crocifissione. D’improvviso scorgono un uomo che non conoscono, vicino ad un fuoco. Possiamo immaginare la scena. La conversazione inizia: “La pesca è stata buona?” dice l’uomo. “No” risponde uno dei pescatori, “nemmeno un’alborella!”. Riprende l’uomo: “gettate la rete dal lato destro della barca e troverete pesce”. E così fu. Poi l’uomo li invita a fare colazione di pane e pesci (non vi dice niente pane e pesci?). Nessuno ha il coraggio di domandargli: “Chi sei?”, ma hanno capito che è il Signore.
    Con questi tre racconti abbiamo visto Gesù presente, visibile e invisibile, presentandosi ogni volta sotto una veste diversa: ad aspettare i pescatori sulla riva del lago, a camminare con i discepoli sulla strada di Emmaus, a dialogare con le donne al sepolcro la mattina di Pasqua. Abbiamo visto un Gesù che ci precede, che ci indica la strada, che ci aspetta sulla riva della nostra vita, quando siamo tristi e scoraggiati. Lo abbiamo visto davanti a noi, con noi, invisibile ma sempre presente. Ancora oggi e più che mai, visti i tempi che viviamo, mantiene la sua promessa: “Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.
    (Gigí Dutoit, membro del Consiglio di Chiesa di Intra)

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    Chiesa Evangelica Metodista
                            di Omegna



    FESTA DELLA COMUNITÀ E

    DELLA SOLIDARIETA'


    21 – 22 – 23 GIUGNO 2019


    VENERDÌ 21 - SABATO 22

    ore 19:30 CENA



    DOMENICA  23 GIUGNO


    ORE 11:30 CELEBRAZIONE COMUNITARIA

    ORE 13:00 PRANZO

    ORE 19:30 CENA


    Parte del ricavato sarà devoluto alla:

    Associazione amici dei bambini cardiopatici


    per informazioni e prenotazioni:  0323,60632 / 0323,862380 / 3937534494



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  • 06/19/19--12:19: Come arrivare ad Omegna

  •                                                                                                Chiesa Metodista di Omegna

                                                                                                   Via Flli. Di Dio,64

                                                                                                    28887  Omegna (vb)


    Alla cortese attenzione,

    coordinatrice delle Scuole Domenicali del VI Circuito Sig.ra Marlis.


    Rispondo alla vostra mail inviata al Past. Alessandro Esposito in merito alla festa delle Scuole Domenicali che si svolgerà ad Omegna il 23 Giugno.


    Come arrivare ad Omegna.

    In autostrada, si prende la direzione Laghi, si segue la deviazione per Gravellona Toce, si esce a Gravellona Toce, all’uscita a destra, seguendo la direzione per Novara, circa 6 KM siete ad Omegna.


    In treno:

    Da Milano, direzione Domodossola scendere alla stazione di Verbania Fondotoce, da li c’è un servizio di linea di autobus in direzione Omegna.

    Per i posteggi non ci sono problemi, nelle vie adiacenti alla chiesa si trovano facilmente posti.


    Pranzo:

    Noi organizzeremo un pranzo completo (un primo, un secondo, caffè) compreso il bere, come pure una merenda per i ragazzi.

    Per quanto riguarda il prezzo non abbiamo deciso alcuna cifra, lasceremo ad offerta libera.

    Riguardo alla passeggiata verso il lago, essendo una piccola cittadina, ne parleremo in mattinata e vi daremo le indicazioni per i vari percorsi.

    Vi saremmo grati se ci farete sapere il numero di persone che parteciperanno.


    Spero di esservi stato di aiuto, comunque vi lascio il mio N° di telefono per ogni eventualità.

    335 6383792 Gianni.




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    Le mie profondità ti anelano nella notte, lo spirito che vive in me viene in cerca di Te... (Is 26:9a) 

    Così Isaia parla al suo Dio: suonano come le parole di un innamorato. Sì: perché Isaia è innamorato del suo Dio. La notte gliene fa desiderare la presenza ed il sentimento che nasce in lui dal profondo sembra quasi involontario, incontrollato, qualcosa che, nell'intimo, lo muove irresistibilmente.  Le traduzioni sono ciò che forse più assomiglia a noi esseri umani: un qualcosa di inevitabilmente imperfetto, incompiuto. Quando Isaia si rivolge a Dio nel breve passo che abbiamo ascoltato quest'oggi, gli parla, naturalmente, in ebraico; e Gli dice: “La mia nefesh ti anela nella notte”. Solitamente, le traduzioni delle bibbie italiane riportano, per nefesh, il termine “anima”, di modo che le parole di Isaia suonano in questo modo: “L'anima mia ti anela nella notte”. Soltanto che, detto così, qualcosa dell'originale si perde. La lingua ebraica, a differenza della nostra, non conosce termini astratti. Che cosa vuol dire? Che ogni parola, in ebraico, si esprime attraverso un riferimento alla realtà concreta. Nefesh, letteralmente, significa gola: il luogo da cui esce la voce. E la voce di ciascuno, si sa, è unica ed inconfondibile. In più, la voce è anche lo strumento con cui, se cerchiamo qualcuno, soprattutto di notte, quando non possiamo vederlo, chiamiamo il suo nome. Isaia chiama Dio e lo chiama con quella voce che sa che Dio riconoscerà tra mille, quella voce che, da sola, sarà sufficiente a Dio per comprendere che, chi lo sta chiamando, è Isaia e non qualcun altro. 
    Prosegue poi il nostro testo: “Lo spirito che vive in me viene in cerca di Te”. Traduciamo con spirito il termine ebraico ruah, che letteralmente significa vento. Il vento, com'è noto, è un elemento imprevedibile, sfuggente, che sa essere dolce o furioso: in ogni caso, un qualcosa di indomito, ciò che più ricorda la vita e la libertà. La parte libera di Isaia, quella che più profondamente lo fa sentire vivo, quella che spesso lo mette in moto e gli dà la forza dell'annuncio e della denuncia: questa è lo “spirito”, la ruah di Isaia. L'elemento vitale: non a caso, femminile. Ma la cosa più interessante è che ruah è il termine usato per definire anche lo spirito di Dio, che non è, quindi, un qualcosa di estraneo all'uomo. Spesso il linguaggio religioso pone l'accento sulla distanza che separa Dio dall'essere umano: meglio farebbe a sottolineare quelli che sono gli aspetti che rendono Dio e l'uomo l'uno vicino all'altro. Uno di questi aspetti, forse il più significativo, è che Dio e l'essere umano condividono il medesimo spirito. 
    A partire dalla mia meditazione di questo breve versetto di Isaia, vorrei proporvi di riflettere insieme su un aspetto tra i mille che lo spirito possiede. Il primo riguarda quella che chiamerei “la necessità della sosta”. Cerco di spiegarmi. Credo che ognuna ed ognuno di noi abbia sperimentato, nell'arco della propria esistenza, una sensazione di smarrimento, dovuta all'incapacità di trovare un senso a ciò che viviamo. Di solito, questi momenti di lucidità, nascono non appena facciamo ciò che il nostro stile di vita normalmente ci impedisce di fare: una pausa. È quando ci fermiamo che, d'improvviso, ci sembra affannoso e vano il nostro correre, inseguendo desideri che non sono i nostri, convincendoci che il vuoto non sia altro che uno spazio da riempire, mai da abitare. 
    Dimentichiamo che il vuoto è lo spazio in cui un suono si propaga, è il luogo dell'ascolto, il silenzio nel quale Dio e la vita ci chiamano a sostare, a rifiatare. È luogo di ristoro, “pieno spazio vuoto”, fonte alla quale dissetarsi. Senza pause non c'è ritmo, non c'è pulsazione, non c'è respiro. Tutto ciò che è vita, vive di pause. La vita che sempre più conduciamo, è una vita priva di pause, una corsa in cui è meglio fermarsi il meno possibile, perché quando si sta fermi si pensa, e pensare, spesso, è doloroso. Eppure questa quiete apparente è il luogo più fertile dell'autentico ricercare. Isaia cerca Dio nella calma del proprio respiro, come sprofondando, lentamente, dentro di sé, come se tornasse per un istante nel grembo da cui, un giorno lontano, è uscito, come se rifiutasse di rimanere sconosciuto a se stesso. Fermarsi mette in movimento l'invisibile che abita in noi e permette a Dio di attraversarci, di sostare un istante nelle nostre vite, di farci avvertire, almeno un attimo, un'ombra di senso, una carezza sui nostri cuori stanchi.
    (Domenica 2 Giugno 2019 – Alessandro Esposito)

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    C’è un testo nella Bibbia che tutti conosciamo: la parabola del buon samaritano. Una figura scomoda, un uomo considerato da Israele impuro ed eretico, uno da cui non ci si aspetta nulla di buono e da cui tenersi lontani. Eppure quest’uomo, nel racconto del vangelo di Luca, presta aiuto a un uomo ferito che è stato aggredito da dei banditi e lasciato per strada. Questa figura, nei secoli, è servita a mettere sull’avviso tutti coloro che si sono trincerati dietro una fede formalmente corretta ma incapace di avvicinarsi a chi è in difficoltà. Non è stato capace di farlo il levita, né il sacerdote e molto spesso non sono state capaci di farlo le chiese. Per secoli l’amore verso il prossimo è stato incarnato da quest’uomo che presta le prime cure, spende il suo tempo e il suo denaro per trovargli un alloggio e si preoccupa per la sua salute. Il buon samaritano sfida la nostra pigrizia, il nostro egoismo, la nostra vocazione e ci chiama a farci prossimi di chi incontriamo per strada anziché chiedere quali siano le persone di cui dobbiamo occuparci. In questi ultimi anni ho cercato, come molte e molti altri nel mondo, di farmi prossimo di coloro che, in fuga dal proprio paese, hanno scelto di cercare futuro in Europa. Io come molti altri credenti, semplici cittadini, membri di Ong, pescatori, membri del Soccorso alpino, volontari di associazioni, ci siamo lasciati interrogare e abbiamo cercato di dare un senso alla parola biblica con cui si conclude la parabola: «Va’ e fa’ la stessa cosa». Ma da tempo sono sempre più sgomento. Il buon samaritano non è più un paradigma da imitare, è diventato invece un fuorilegge. La capitana della Sea Watch, Pia Klemp, rischia vent’anni di carcere per aver soccorso in mare persone che stavano affogando, numerosi amici francesi a Briançon sono sotto processo da mesi, perché hanno raccolto per strada persone che rischiavano di morire in mezzo alla neve al colle del Monginevro. Chi espone pubblicamente una sciarpa su cui è scritto «Ama il prossimo tuo» viene picchiato da militanti di destra e infine deriso dal ministro dell’Interno. Penso ai due francesi che la settimana scorsa sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, semplicemente perché hanno dato un passaggio a persone dalla pelle scura che si erano perse nei boschi di notte sotto la pioggia. Come se aiutare qualcuno, considerato che non si è tenuti a chiedere i documenti a meno di appartenere alle forze dell’ordine, costituisse di per sé un reato. Penso a quelli che, in questi anni, hanno aiutato con un paio di scarponi, un posto letto, qualcosa da mangiare, con il calore umano di chi cerca di ascoltare la storia altrui e prova, almeno per un attimo, a strapparti alla solitudine e alla disperazione che hanno la forma di un foglio di respingimento, di una notte gelida in mezzo alla neve e degli affetti che da anni sono solo un messaggio su WhatsApp. Penso a B., vittima del circuito della prostituzione, respinta alla frontiera due anni fa, che ho ospitato a casa mia per qualche settimana; penso alle diecimila persone che in questi due anni hanno valicato il Monginevro per raggiungere la Francia; penso ai minorenni non tutelati e rimandati in Italia, quelli a cui la gendarmerie ha rifiutato il diritto di fare domanda di asilo con metodi poco democratici. Penso alla ragazza morta annegata in un torrente, dopo esser stata inseguita di notte dalla polizia. Penso a Mamadou, di cui è stato ritrovato poco più di un braccio nei boschi di Bardonecchia. Penso alle ragazzine stuprate nei campi libici che hanno attraversato il Colle della Scala, in inverno, incinte all’ottavo mese.
    Molti come me si sono lasciati interrogare dal buon samaritano e hanno risposto che non si poteva fare diversamente, che non si lascia la gente in giro in montagna come non la si lascia in mare. Penso però che avremmo potuto fare molto di più. Nei giorni scorsi il governo ha dichiarato fuorilegge la figura del buon samaritano: mi preoccupa il fatto che sia diventato lecito lasciar affogare creature umane o normale mandare a processo chi cerca di farsi prossimo. Mi preoccupano le duemila persone che manifestano a difesa del tabaccaio che spara per difendere il proprio negozio. Il diritto di migrare, la possibilità di usare il proprio passaporto per muoversi, il diritto di vivere in un paese dove istruzione, sanità e lavoro siano possibilità reali non sono più percepiti come tali. La colossale disuguaglianza economica tra i paesi da cui si emigra e quelli nei quali si vorrebbe vivere non è percepita come ingiustizia, bensì come il giusto benessere che nessuno ci può togliere. E coloro che non sono d’accordo vengano pure derisi, imprigionati e messi a tacere. Mi preoccupo perché per la prima volta in vita mia, dopo aver a lungo riletto, ho avuto paura e ho cancellato delle righe.


    Davide Rostan



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  • 07/06/19--00:42: Giornata di preghiera


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    Cari fratelli e sorelle,

    “Il regno dei cieli è vicino”: Questa era un'affermazione centrale del messaggio di Gesù,

    è ciò che hanno predicato i primi discepoli e poi tante generazioni fino ai giorni nostri.

    Qualcuno potrebbe obiettare: Se era già vicino al suo tempo, non dovrebbe essere già

    arrivato? Qui si potrebbe rispondere che il regno dei cieli è infatti già arrivato e sempre

    arriva ed è sempre vicino. Anche Gesù afferma che il regno di Dio è già tra di noi.

    Infatti dovremmo comprendere il regno di Dio in primo luogo come una realtà

    trascendentale, cioè una realtà che trascende la nostra realtà terreste spazio temporale. È

    una realtà determinat dalla presenza di Dio, dal suo amore e dalla sua pace. Dio ci è

    sempre vicino e questo lo possiamo sperimentare (non per libera volontà, ma come

    possibilità) perché siamo creati ad immagine di Dio, cioè siamo creati aperti verso una

    realtà trascendentale.

    L'apertura verso una realtà trascendentale ci distingue dagli animali e fa sì che solo nella

    fede possiamo realizzare la nostra piena umanità. Una vita egocentrica in funzione dei

    propri piaceri può escludere completamente ogni forma di trascendenza, ma è una vita

    senza senso e destinata alla morte. A chi vive così come credenti dovremmo annunciare:

    “Il regno dei cieli è vicino”. La dimensione della trascendenza non solo non è lontana,

    ma è anche molto pressante, perché qui si gioca il senso o non senso della nostra

    esistenza. Dio è vicino ad ognuno di noi e più ci apriamo alla sua presenza, più ci

    sembra vicino e più la sua vicinanza diventa importante. Perciò quasi sempre nei tempi

    di intensa spiritualità, l'idea della vicinanza del regno diventò più dominante (d'altronde

    anche Lutero vedeva la fine dei tempi vicina)

    Dove viviamo a partire dalla fede, il regno di Dio si realizza nel mondo e trasforma la

    nostra vita e la nostra società. Siccome viviamo nel mondo è comprensibile e a volte

    necessario che la vicinanza di Dio venga oggettivata in un'aspettativa spazio temporale,

    per cui la vicinanza del regno di Dio spesso fu espressa nella aspettativa della fine

    imminente del mondo e del tempo. Oggi abbiamo demistificato il mondo per cui non

    usiamo più oggettivare la vicinanza di Dio. Ciò però non significa che il regno dei cieli

    ci sia meno vicino, anzi, riscoprendo la dimensione trascendentale della nostra umanità

    troviamo che la nostra esistenza dipende direttamente da Dio. E questa è una buona

    notizia.

    Vostro

    Pastore Dieter Kampen



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    Care amiche, amici, sorelle e fratelli,nella Parola del Signore, la Bibbia, vi è un libro che ci può aiutare a capire quale possa essere il comportamento più idoneo da seguire per piacere al Signore da parte di tutte/tutti noi, questo libro non è altro che l'epistola dell’apostolo Paolo agli Efesini, Capitolo 5, versetti da 8 a 10 :

    “8 perché in passato eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce 9 - poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità - 10 esaminando che cosa sia gradito al Signore.


    Nel brano è scritto che: “Siamo figli di luce e dobbiamo comportarci come figli di luce!”

     

    Comportarsi come figli di luce…vuol dire…avere atteggiamenti e modi di fare che rispecchino Dio…perchè Dio è luce e ci ha salvati dalle tenebre facendoci diventare luce in Lui.

    Chi non cammina nella luce si troverà nelle tenebre ed è per questo motivo che è importante capire che non ci sono vie di mezzo su chi dobbiamo seguire: o seguiamo Dio…oh seguiamo il peccato! Quindi…giorno dopo giorno dobbiamo scegliere se seguire: “le tenebre”…che significa voler fare quello che ci sentiamo di fare senza seguire i consigli del Signore scritti nella Sua Parola, oppure…seguire la via della “luce”, cioè la via di Dio, la Sua Parola, agendo secondo lo Spirito di Dio e dicendo no al desiderio della mente.                                                                                              

    Agendo secondo lo Spirito di Dio e come Gesù Cristo, produrremmo il frutto della “Luce”, il quale consiste in tutto ciò che è: bontà, giustizia, è verità.

    (Consideriamo queste tre qualità.)

    La Bontà…

    La Bontà è una virtù…che è il contrario della cattiveria e del peccato.

    La Bontà descrive il cuore della persona, il carattere, il modo di pensare e di agire…è un cuore che desidera il bene degli altri, una persona piena di bontà rispecchia Dio, purtroppo…non sempre riusciamo ad avere un cuore pieno di bontà! 

    La chiave per poter essere ripieni di bontà è di considerare e meditare sulla immensa bontà che Gesù Cristo ha dimostrato di avere nel corso della Sua vita di uomo qui sulla terra, così da poterlo imitare.  

    Gesù Cristo ha sacrificato sé stesso per liberarci dal peccato, Cristo si dedica giorno e notte ad intercedere per noi davanti al Padre Suo e Padre nostro! Alla luce di tutto ciò possiamo ben dire che la Sua bontà è immensa verso noi peccatori! 

    Ricordandoci dunque…della bontà di Cristo…diventarà molto più facile per noi avere bontà verso gli altri e ravvederci ogni volta che il nostro modo di pensare non è pieno di bontà verso gli altri, come quando, anziché agire con bontà, siamo egoisti o usiamo cattiveria verso il nostro prossimo.

    La giustizia…

    Mentre la bontà riguarda il nostro cuore verso il prossimo, la giustizia riguarda il nostro comportamento giorno dopo giorno nei confronti del prossimo, per far ciò pensiamo al comportamento tenuto da Gesù Cristo nel corso della Sua vita terrena e avremmo chiaramente in mente come dobbiamo comportarci nella vita di tutti i giorni.

    Gesù si è comportato sempre con giustizia in ogni aspetto della Sua vita terrena, ogni parola che Egli ha detto, il suo modo di reagire in ogni situazione, il Suo modo di comportarsi quand'era stanco, quando aveva problemi…era sempre con giustizia e nonostante fosse tentato come noi ogni giorno in ogni cosa, non commise mai peccato, ed è per questo che capisce le nostre debolezze, capisce ogni nostra tentazione e ci è vicino per combattere con noi ogni prova che ci si presenta davanti, ma solo se…camminiamo nell’unica via che un figlio di luce deve seguire: “che è quella di camminare nella giustizia”, per far ciò…dobbiamo evitare di peccare in ogni campo della vita, questo vuol dire che dobbiamo comportarci con giustizia ed onestà in tutti i nostri rapporti con il prossimo, nei nostri rapporti in casa, nei nostri rapporti con i colleghi di lavoro, nei nostri rapporti nella società e nei rapporti con i fratelli della Chiesa.

    La verità…

    Oltre alla bontà e alla giustizia, per camminare come figli di luce dobbiamo anche essere straripanti di verità, ed è un'immensa grazia per noi, se Dio ci ha dato la possibilità di conoscere la verità. Pensate a quanto sarebbe terribile se Dio non ci avesse dato la Bibbia e Gesù Cristo per conoscere cosa è la verità, la vita sarebbe senza certezze! Infatti, pensate a com'è il mondo per coloro che non credono nella Bibbia. Nel mondo troviamo un numero immenso di religioni e di filosofie che cercano di spiegare la vita e l'eternità. Ognuna di esse contraddice l'altra. Umanamente parlando, se non avessimo la rivelazione di Dio, sarebbe impossibile distinguere il falso dal vero. Sarebbe impossibile veramente capire chi è Dio e saremmo nelle tenebre più profonde, per fortuna non è così, Dio si è rivelato al mondo, prima di tutto tramite le Sacre Scritture, e poi, per mezzo di Gesù Cristo. Tramite Gesù Cristo, abbiamo la verità, e perciò, possiamo veramente conoscere Dio come Egli è veramente. In Gesù Cristo vediamo la gloria di Dio, il Quale è pronto a perdonare qualsiasi peccatore che si umilia e si ravvede tramite Suo figlio Gesù Cristo, ma sopratutto, Gesù Cristo deve essere un esempio per noi, così da imitarlo per avere un comportamento di assoluta verità per il motivo che:

    “Gesù sempre parlava con verità e si comportava con verità”.

    Alla luce di tutto questo, possiamo capire che essere “figli di luce” vuol dire che in ogni campo della vita dobbiamo vivere sempre utilizzando la verità.

    Anche in questo caso, non esiste una via di mezzo. O camminiamo nella verità, o camminiamo nella falsità.

    Vi sono tanti modi di camminare nella falsità: …“mentire” è una forma di camminare nella falsità… “l'ipocrisia” è falsità…in quanto cerchiamo di apparire ciò che non siamo… “ingannare”…è falsità, tutto questo ci deve far capire che, essere “Figli di luce”, vuol dire: “impegnarsi” allo scopo di vivere la verità in tutto quello che diciamo o facciamo (cfr. Efesini 4:25).

    Questo significa, per chi è genitore, vivere ed agire in modo che i propri figli imparino cosa vuol dire agire e vivere nella verità.

    Nel matrimonio come nei rapporti con gli altri, dobbiamo agire e dire la verità, per far si che…dal nostro comportamento…tutti sanno di potersi veramente fidare di quello che noi diciamo o facciamo…ma per far tutto ciò…è indispensabile rispecchiare il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, per il fatto che…Egli è verità, ma sopratutto, Gesù stesso faceva sempre la volontà di Dio, ovvero, ciò che era “Piacevole”a suo Padre.

    In altre parole…deve essere quello che “piace molto a Dio”.

    Al fine di comprendere meglio la parola “Piacevole”, farò un Esempio: “Immaginate il cuoco di un grande re, questo cuoco…non deve servire al re nessun cibo velenoso, come non deve servire qualcosa che non sia di gradimento al re. Se il cuoco, dovesse cucinare delle pietanze che non siano di gradimento per il Re, sarebbe ben presto licenziato dal suo ruolo di cuoco, quindi…deve scegliere i cibi che più piacciono al re.

    Se tutto ciò può essere vero per un cuoco che serve un Re umano, quanto di più noi…che abbiamo il privilegio di servire il Re dei Re…dovremmo scegliere ciò che è più piacevolea Dio e non a noi, il nostro versetto infatti, ci insegna a scoprire ciò che più piace a Dio, dicendoci di esaminare ciò che “piace” oh…accettevole e amabile al Signore!

    In pratica…questo vuol dire…che dobbiamo impegnarci a capire, in ogni comportamento della nostra vita, come possiamo piacere a Dio, in modo tale di farlo diventare uno stile di vita, che non sia solo un'azione che si compie una volta sola, ma piuttosto, deve essere un modo di vivere ogni giorno sempre nello stesso modo…e lo possiamo realizzare solo conoscendo sempre meglio la Bibbia ed esaminando ogni nostro comportamento alla luce dei principi biblici.

    Qualcuno però…potrebbe avere da ridire su questo modo di fare! … dicendo che dover esaminare ogni nostro modo di fare, sia pesante, ma posso assicurarvi che non è così, per il motivo che tutte e tutti noi, in realtà…facciamo ogni giorno, più o meno le stesse cose.

    Per Esempio: …Abbiamo modi di fare al lavoro, modi di fare in famiglia, modi di parlare e tante altre abitudini che facciamo volta dopo volta”…quasi sempre allo stesso modo…giorno dopo giorno”. Ebbene…basta esaminare solo una volta…se quei modi di fare…alla luce dei principi biblici, magari consigliandoci con chi conosce la Bibbia meglio di noi…se i nostri comportamenti…sono veramente piacevoli a Dio senza dover riesaminare la cosa ogni volta; ora…

    torniamo all'esempio del cuoco del re…una volta che il cuoco, capisce in che modo il re apprezza un certo cibo, quel cuoco non dovrà sempre informarsi di nuovo, perché sa già…quello che piace al re.        Certamente…un re umano potrebbe cambiare gusti, ma Dio non cambia mai, e perciò quello che piace veramente a Dio oggi, piacerà a Dio anche domani, questo doversi informare tramite la Parola del Signore su come dobbiamo comportarci per piacere al Signore, sarà senz’altro un beneficio per tutti noi, anche per il fatto che, non voler piacere a Dio e non gradire i suoi consigli (cfr. Ebrei 11, 6), può portarci a commettere gli errori di Adamo ed Eva I quali…nel giardino dell’Eden…hanno cercato benedizioni migliori al di fuori delle benedizioni di Dio e anziché trovare benedizioni migliori hanno perso l'immensa gioia, la pace e i benefici della comunione con  Dio stesso, essendo poi stati allontanati dal giardino dell’Eden e dovendo lottare ogni giorno per superare una vita di difficoltà.

    Ci sarebbero molte più cose da dire, ma il punto che voglio far notare è questo, è molto importante per ognuno di noi esaminare se stesso alla luce del comportamento di Gesù Cristo verso Dio…per vedere se veramente stiamo camminando come “figli di luce”! Se dovessimo riscontrare…che un comportamento della nostra vita non è secondo bontà, giustizia e verità…confessiamo quel peccato a Dio, per far ciò ci può essere di esempio Dietrich Bonhoeffer che dal campo di prigionia nazista scrisse questa preghiera: “Spirito Santo, / donami la Fede, / che dalla disperazione, dale brame e dai vizi mi salva; / donami l’amore per Dio e per gli uomini, / che estirpa ogni odio e amarezza; / donami la Speranza, / che mi libera dal timore e dallo scoraggiamento. / Insegnami a conoscere Gesù Cristo e a fare il Suo volere”.

    Questa preghiera ci può servire come esempio per il motivo che…Dio ci perdona e ci purifica da ogni peccato…e dopo…riprendiamo la via di camminare come “figli di luce” vivendo in maniera da dare piacere a Dio che ha mandato lo Spirito Santo per consolarci e guidarci nella vita di tutti i giorni e alla vera “Luce”…Gesù Cristo, il quale ha sacrificato se stesso sulla croce per salvare tutti noi dal Peccato originale causato da Adamo ed Eva e che vive alla destra del padre per intercedere come avvocato…mediatore e sommo Sacerdote per noi giorno e notte, così che possiamo essere perdonati da Dio.

    Camminando come Figli di Luce avremo gioia e felicità nei nostri cuori oggi e nel prossimo futuro. Sia così per tutti noi.

    AMEN

    Giampaolo Castelletti


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    A pochi giorni dall'apertura del sinodo valdese e metodista a colloquio con Eugenio Bernardini, che termina il mandato di moderatore della Tavola valdese: sette anni in cui la società è cambiata e chiede alle chiese nuove strategie per testimoniare l’Evangelo
    La prima considerazione riguarda lo stabile che ci ospita, a Torre Pellice, provincia di Torino, ristrutturato poco più di un anno fa. A fine agosto si riempirà di membri del Sinodo, osservatori, bambini schiamazzanti, villeggianti incuriositi, giornalisti spiazzati da una realtà piccola e coesa, ancorché un po’ litigiosa. Al pastore Eugenio Bernardini, che sta per terminare il proprio mandato di moderatore della Tavola valdese, chiediamo perché questo posto si chiami “Casa valdese”.
    «In questo quartiere dove ora sorgono il tempio più grande, il Centro culturale, il liceo con le sue “case dei professori”, un quartiere che ora chiamiamo valdese, ma che nell’800 era una successione di prati, venne costruito questo stabile nel 1889, nel 2° centenario del Glorioso Rimpatrio. Da allora il Sinodo si tiene qui ogni anno, prima la sede era a rotazione in una delle chiese delle Valli. Il termine “casa” rispecchia il concetto sobrio, e laico, che i valdesi hanno delle loro istituzioni. Così, qui ci sono parte degli uffici [altri sono a Roma, nda] e la sede legale, ma casa valdese è anche quella di Torino, ci sono anche alcune case per ferie. Per segnalare che la chiesa è la comunità dei credenti convocata da Cristo, e non un edificio, si usa la dizione “tempio”, ricavata dal francese, e in epoca risorgimentale, quando l’analfabetismo era dilagante, al tempio era spesso associata una piccola scuola, in questo similmente alla tradizione metodista».
    – Si tratta, dunque, di essere presenti nel vivo di una società che cambia: ma oggi, a questa società disorientata che cosa dicono le chiese?
    «Siamo di fronte a dei processi che tendono a un individualismo sempre più accelerato: lo “stile di vita” sembra l’elemento che orienta e pervade ogni ambito dell’esistenza. È vero, le chiese “tradizionali” occupavano uno spazio importante nella vita delle persone: si imparava come si discute, come si accettano le decisioni, come si può stare in minoranza senza offendersi. Il progresso successivo, dalla tv al computer fino agli smartphoneda consultare senza sosta, ci ha portati a un modello di società in cui l’aspetto dell’incontro con gli altri e le altre viene a ridursi. Le chiese “storiche”, tutte, sono da tempo alla ricerca di un antidoto per arginare questo eccesso di individualizzazione: per di più in nome di questo individualismo si promette molto, e si realizza pochissimo. In pratica, fino a qualche decennio fa il “contenitore” (chiesa o partito...), proponendo dei contenuti forti, suscitava anche il piacere di ritrovarsi insieme, mentre oggi conta in primo luogo proprio l’aggregazione, che deve essere empatica, emozionale e riconoscibile a prima vista come soddisfacente. I contenuti sono passati in secondo piano. Le chiese come la nostra un tempo erano dei riferimenti visibili, oggi devono continuamente proporsi per farsi vedere e – difficoltà ulteriore – alcuni fra quelli che potrebbero essere interessati credono di sapere già tutto da altri canali, in realtà sapendo poco. Altre chiese, e anche altre fedi religiose, hanno un appeal diverso, che viene anche semplicemente dal carattere di novità che presentano. Noi siamo alle prese con il rischio del “già visto”».
    – Come reagire?
    «Paradossalmente, ricorrendo a ciò che abbiamo di più “nostro”: dobbiamo reimparare a dire che la Parola antica, che ci convoca da duemila anni, è sempre moderna e attuale. La lettura biblica quotidiana ci dice che si rivolge a ognuno e ognuna di noi, in quel preciso momento... Questo annuncio è l’unica pratica che possa fornire alla chiesa una legittimazione per la sua esistenza. In questa fase storica, in cui abbondano le associazioni che perseguono scopi molto precisi, dall’ambiente alla cultura, e che magari si esauriscono una volta raggiunto l’obiettivo, dobbiamo continuare a trasmettere una Parola che contiene una sapienza non effimera, di cui nutrirsi. Poi, certo, intorno a questo scopo primario, c’è una serie “cose da fare”, di segnali che possiamo dare al mondo, che vengono anche da altre culture e tradizioni, nella cura, nel sociale: nell’800 si trattava di rispondere all’abbandono dei minori e a dar loro un’istruzione, e poi via via altre necessità sociali fino a quelle che l’attualità ci pone davanti agli occhi quotidianamente. Ma anche questi interventi concorrono a illustrare al mondo quello che resta il compito primario della chiesa: “voi mi sarete testimoni fino all’estremità della terra” (Atti 1, 8)».
    – Qualcuno dirà che le chiese fanno politica...
    «I rischi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ogni volta che una chiesa parla e agisce. Gesù stesso fu accusato di sovversione politica oltre che di eresia. Con tutti i rischi del caso, l’idea che abbiamo sempre, come valdesi e metodisti, è di stare “sulla frontiera”: abbiamo davanti a noi la percezione di continue divisioni. O si è dentro o si è fuori. La chiesa deve poter indicare una possibilità diversa, non basata sull’esclusione. Una bellissima espressione che Martin L. King rivolgeva ai suprematisti bianchi, negatori dei diritti degli afroamericani, suonava così: noi non vogliamo vincervi, bensì convincervi. Bisogna favorire un vero cambio di mentalità. Le nostre chiese non possono che stare in questa zona di frontiera».
    – Come conciliare questo compito con una realtà di chiese che vanno assottigliandosi?
    «In questi anni la Tavola valdese ha ritenuto di dotare le nostre chiese di strumenti nuovi, cercando di migliorare la comunicazione e tessendo rapporti nuovi, anche con il cattolicesimo – la visita del papa al tempio valdese di Torino, nel 2015, è solo l’episodio più evidente. Cerchiamo di essere una chiesa che sa stare con gli altri, consapevole di non poter essere da sola. Ci siamo dotati anche di strumenti “oggettivi” per riflettere e capire come vivono le nostre chiese. L’analisi sociologica [ora pubblicata da Claudiana con il titolo Granelli di senape] ci parla di fenomeni e tendenze non nuovi né sconosciuti ma ci consente, con i suoi dati, di lavorare sugli elementi di crisi con meno emotività e quindi con più efficacia. Vediamo che continuano ad arrivare nelle nostre comunità dei nuovi membri adulti: persone in ricerca, disponibili a diventare nuovi valdesi e nuovi metodisti, a trovare una casa in cui compiere un pezzo importante della loro vita. Questo elemento, da valorizzare, purtroppo ha il suo contraltare nelle nostre famiglie, che non riescono a trasmettere la fede alle nuove generazioni. C’è il rischio che le nostre realtà si vadano conformando al “secolo presente”. Ma in risposta a questo conformismo credo che vada rilanciata l’esortazione data dal presidente della Repubblica a Capodanno: nessuno tema di essere buono, di dire parole buone; di fronte al mito della forza e della semplificazione, non rinunciamo a educare e a educarci a non cedere ai pregiudizi, perché essere buoni non è di impedimento alla realizzazione di nessuno e nessuna di noi. “Benedite, e non maledite” (Rom 12, 14)».
    Foto di Pietro Romeo

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    "6 Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. 7 L'empio abbandoni la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona." (Isaia 55, 6-7)

    Isaia viene spesso definito, e a ragione, “il sommo dei profeti” di Israele. Ma ancor più, forse, sarebbe giusto chiamarlo “il sommo dei poeti”: pochi sono infatti coloro che hanno trovato parole come le sue per parlare, parlarci, di Dio. Isaia, da buon poeta, sa che a Dio si addicono assai più le immagini che non i concetti: perché un'immagine dipinge, non definisce, allude, non stabilisce, rimanda, non rinchiude. Isaia dipinge Dio, perché gli interessa che il suo volto si imprima nei cuori più che nelle menti di chi ascolta: poiché nel cuore più che nella mente, secondo la tradizione ebraica di cui Isaia è figlio, si realizza un'autentica comprensione. 
    Nel primo appello che ci rivolge, Isaia ci chiede di “cercare il Signore”: perché la fede altro non è che ricerca, costante, interminabile. A Dio non si approda mai definitivamente, di Dio si va in cerca, ogni giorno. La lingua ebraica possiede un termine per indicare questa attitudine di inesausto domandare: darash, la cui radice significa proprio cercare. Per questo la tradizione ebraica è convinta che la comprensione di ogni passo biblico richieda un midrash, ovverosia un’interpretazione, la quale, propriamente, è un andare in cerca di significati inediti, che incoraggiano a svolgere di testi considerati noti una lettura sempre nuova: non esiste un senso stabilito, ma un fiorire di sensi, che sbocciano soltanto sotto i passi di chi ne va in cerca. 
    Ma c’è di più: darash, in lingua ebraica, significa anche pregare: perché la preghiera, in verità, non affiora sulle labbra di chi crede di aver trovato Dio, ma su quelle di chi rimane in cerca di Lui, di Lei. La preghiera è atto di fede, soltanto nella misura in cui credere significa continuare a cercare, a interrogarsi, a camminare. Mai, infatti, si è distanti da Dio come quando si crede di averlo trovato; perché Dio non si trova: Dio, soltanto, si lascia trovare. E non dove noi vorremmo, ma dove vuole Lui. È Lui a farsi vicino e a chiederci un'attenzione che si riveli capace di percepirne la presenza, per poi farle spazio. È Dio a venire: a noi Isaia chiede di essere in grado di accoglierlo. 
    Quella che Dio ci rivolge attraverso le parole del suo poeta Isaia è un'esplicita esortazione ad andare oltre noi stessi, oltre la nostra presunzione di autosufficienza, oltre i confini delle nostre convinzioni, di ciò che ci illudiamo di aver compreso. Dio ci chiama ad essere chiesa a partire da Lui e da Lui soltanto, liberandoci così dalla prospettiva di una realtà modellata secondo i nostri parametri. Dio è sempre oltre, sempre altrove. Proprio per questo, quindi, come abbiamo detto, sempre da cercare. E ci chiama a farlo insieme, consapevoli del fatto che nessuno può, né potrà mai, possederlo. Dio, infatti, resta un orizzonte verso il quale dirigere i nostri sguardi e spiegare le nostre vele. Il Dio biblico ci chiama, insieme, a dipingere il Suo volto, perché esso possa arricchirsi dei colori dell'altro, delle tonalità e delle sfumature che i nostri sguardi ignorano e che l'altro, soltanto, ci può insegnare a percepire.

    Pastore Alessandro Esposito



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    Insieme con le sorelle ed i fratelli cattolici delle parrocchie di Verbania daremo vita a un’attività di approfondimento biblico che si svolgerà una volta al mese presso la Sala Pestalozzi della nostra chiesa e che avrà quale tema: 
    "L’integrità della persona come preoccupazione di Gesù". 
    Lo studio si svolgerà in tre momenti:  

    1. Lunedì 14 Ottobre alle 20:45 Il risanamento come sfida socio-religiosa  

    2. Lunedì 4 Novembre alle 21:00 Liberazioni: tornare in sé per ripartire (I Parte) 

    3. Lunedì 2 Dicembre alle 21:00 Liberazioni: tornare in sé per ripartire (II Parte) 

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    Insieme con le sorelle ed i fratelli cattolici delle parrocchie di Omegna e Armeno daremo vita a un’attività di approfondimento biblico che si svolgerà due volte al mese presso la Sala CEDI della nostra chiesa e che avrà quale tema: 
    "L’integrità della persona come preoccupazione di Gesù". 
    Lo studio, nell’arco del mese di ottobre, si svolgerà nelle serate di:  

    Martedì 1 Ottobre alle 20:45 Primo incontro del nuovo anno  

    Martedì 15 Ottobre alle 20:45 Il risanamento come sfida socio-religiosa 

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    Presso le Università della Terza Età di Verbania e Domodossola, il Pastore Alessandro Esposito terrà un ciclo di incontri dal titolo: “I racconti biblici come itinerario psicologico”. 
    Nell’arco delle lezioni si cercherà di accostare alcuni testi della tradizione ebraico-cristiana secondo una prospettiva che intenderà metterne in luce i risvolti di carattere psicologico che li contraddistinguono. 
    Entrambi i corsi avranno cadenza settimanale e si articoleranno come segue:  

    1. Sei lezioni a Verbania, presso Villa Olimpia, il lunedì dalle 14:30 alle 16:30, a partire da lunedì 11 novembre 

    2. Dieci lezioni a Domodossola, presso il Liceo Scientifico Statale Giorgio Spezia, il martedì dalle 14:30 alle 16, a partire da martedì 15 ottobre 

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    Nell’arco di questo trimestre autunnale, presso la Biblioteca Comunale di Verbania, il Pastore Alessandro Esposito terrà un corso dal titolo: “Piccolo dizionario di spiritualità ebraica”. Attraverso questo ciclo di lezioni, le/i partecipanti saranno introdotti ai primi rudimenti dell’ebraico biblico, non soltanto nei suoi aspetti squisitamente linguistici e grammaticali, ma, ancor prima, avventurandosi nell’affascinante universo delle parole e dell’inesauribile fonte di senso che esse rappresentano e custodiscono. Un viaggio, prima ancora che nella lingua, nella cultura e nella spiritualità ebraiche, mondo dalle mille sfumature che finiscono per colorare l’anima di chiunque è disposto a lasciarsene coinvolgere e trasformare. Il corso si articolerà in cinque lezioni della durata di due ore ciascuna, avrà cadenza quindicinale, e si terrà il giovedì dalle 17 alle 19 nei giorni: 17 e 31 ottobre; 14 e 28 novembre; 12 dicembre 


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    di Alessandro Esposito, pastore valdese


    Quella di mercoledì 25 settembre 2019 è destinata a diventare una data storica, sia sotto il profilo giuridico che sotto l’aspetto ad esso strettamente collegato di un’etica finalmente affrancatasi da direttive moralistiche: la Consulta ha difatti approvato, motivandola in maniera ineccepibile, la liceità del ricorso al suicidio assistito in caso di irreversibilità di una malattia cronica o degenerativa giunta al suo stadio terminale. Naturalmente, come la stessa Consulta ha opportunamente sottolineato, vige ancora in materia un vuoto legislativo che spetterà al Parlamento colmare.


    Da Oltretevere, naturalmente, non hanno tardato a far pervenire un parere di cui, credo, il mondo laico non avvertiva la necessità: il cardinale Giovanni Angelo Becciu, accodandosi in questo al parere della Conferenza Episcopale Italiana, ha inteso esprimere il proprio “sconcerto” (sic!) dinanzi a questa decisione del supremo organo giurisdizionale italiano. Naturalmente, il dibattito non viene portato sull’unico terreno legittimo, quello giuridico, bensì trasposto su quello in cui da sempre sguazzano porporati e benpensanti, quello di una morale che scade in becero e saccente moralismo.


    Le ragioni invocate (sempre che così le si possa definire) sono sempre quelle di un’astratta “difesa della vita”, intesa alla stregua di un principio e non di una concreta esistenza che, in determinate circostanze, può assumere i connotati tragici dell’assenza di dignità, rispetto alla quale ciascuno è chiamato a tracciare i personali ed insindacabili limiti. Dal Vaticano, invece, giungono dichiarazioni che falsano completamente la realtà, attribuendo, a chi ha portato avanti una battaglia per l’estensione di un diritto, una volontà di morte che è semplicemente falsa e che viene messa al centro di un impianto accusatorio dal sapore inquisitoriale che non sta in piedi in alcun modo.


    L’auspicio, che sta via via trasformandosi in pia illusione in chi scrive, è che il mondo cattolico si ribelli e incominci a sdoganarsi da un principio d’autorità la cui imposizione dovrebbe indignare quante e quanti ne vengono fatti oggetto da parte di un’istituzione retriva e dispotica, che di fronte al dissenso, specie se argomentato, adotta, di volta in volta, la tecnica della diffamazione o quella dell’insabbiamento. Le ingerenze reiterate operate dalle gerarchie cattoliche nei confronti delle distinte istituzioni stanti a fondamento della democrazia parlamentare sono inaccettabili e andrebbero accolte con la medesima indifferenza che le autorità vaticane destinano alle istanze che promuovono lo sviluppo di un pensiero adulto e responsabile perché laico.


    Lo stesso cardinale Becciu, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, fa appello alla possibilità richiamata da alcuni medici cattolici di fare ricorso all’obiezione di coscienza: ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere, pensando al fatto che chi ha l’ardire di richiamarsi alla coscienza è il rappresentante di un’istituzione che la coscienza l’ha sempre svilita, ostacolandone l’insorgere, perseguitandone la libertà ed impedendone l’esercizio. Il Vaticano, in tutta onestà, la coscienza non sa nemmeno dove stia di casa: che ci risparmi, almeno, il triste spettacolo di richiamare in vita un termine che entro i ristretti perimetri del proprio austero dogmatismo esso ha sempre bandito e lasci che ad utilizzarlo sia quell’universo laico grazie al quale, soltanto, è stato possibile compiere qualche passo in direzione di una più profonda comprensione della dignità umana.

    (26 settembre 2019)



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  • 11/10/19--09:28: L'umanità di Gesù



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  • 11/10/19--09:30: I Tempi della fecondità


  • Diceva poi questa parabola: «Un tale aveva piantato un fico nella sua vigna e venne a cercarne il frutto e non lo trovò. Disse allora al vignaiolo: “Ecco: da tre anni vengo a cercare frutto presso questo fico e non ne trovo. Taglialo, dunque: perché sfrutta inutilmente la terra”. Quegli, allora, rispondendo gli dice: “Signore, lascialo anche quest’anno, di modo che io possa scavargli intorno e spargere concime: chissà che non porti frutto in futuro. Altrimenti, lo taglierai”» (Lc 13:6-9)


    A differenza dei dotti teologi di ogni tempo, Gesù aveva il dono di saper parlare ai semplici senza rinunciare alla profondità, dimostrando, in questo modo, una stima ed un rispetto autentici nei confronti di quante e quanti non avevano avuto accesso all’istruzione, ma che non per questo erano privi di cultura. Provenendo dalle campagne della Galilea, infatti, Gesù sapeva bene, a differenza di noi, che cultura e coltivazione sono non soltanto termini, ma anche pratiche strettamente imparentate: per questo credeva fermamente nella cultura contadina e la preferiva di gran lunga al vaniloquio dei dottori della legge, istruiti ma, spesso, per nulla colti e persino aridi. Muovendosi per i villaggi rurali della sua terra, Gesù ne incontrava la gente, umile, vessata, sovente disprezzata da latifondisti che, quasi senza eccezione, risiedevano nelle città e inviavano periodicamente qualcuno a riscuotere il frutto del lavoro altrui. Gesù, nel suo annuncio itinerante, snobba volutamente i centri cittadini, dove gli scaltri politici di oggi suggerirebbero di dirigersi se l’obiettivo è quello di diffondere un messaggio: ma ciò che Gesù ha da dire si sposa assai meglio con gli spazi, fisici e mentali, della campagna e della sua gente, che accoglie la novità con prudenza, ma senza diffidenza e preconcetto.

    A queste donne e questi uomini semplici e dall’intelligenza pronta, Gesù si rivolge con un linguaggio chiaro e senza fronzoli, che egli utilizza per coinvolgere i suoi interlocutori e mai per abbindolarli. Gesù plasma l’annuncio di Dio per le orecchie e, ancor prima, per i cuori di braccianti e contadine: tutto ciò che gli preme è che possano intendere, che abbiano accesso ad un mondo che, normalmente, è loro precluso dagli «addetti ai lavori», dottori della legge e teologi di professione. Il maestro di Nazaret viene ad annunciare un Dio dai piedi scalzi, che con parole semplici calca i sentieri impolverati della disprezzata Galilea: tutte e tutti possono udire la Suavoce e comprendere ciò che dice; nessuno è considerato inetto, ignorante, analfabeta. Gesù presenta loro un Dio che parla una lingua semplice e chiara, priva di formule incomprensibili e di concetti astrusi: un Dio contadino, come loro schietto, diretto, informale. Gesù lo rende una figura finalmente vicina, confidenziale, a portata di mano: e lo fa calandolo nel movimento vivo di un racconto, facendogli recitare un ruolo, portandolo dalla distanza del cielo alla quotidiana concretezza della terra,

    dagli spazi angusti del tempio ai confini aperti della campagna. Così, con semplicità e leggerezza, Gesù mette in scena la relazione tra Dio e noi donne e noi uomini, coniando quei racconti che sono noti come parabole, storie all’interno delle quali chi ascolta viene necessariamente coinvolto e da semplice uditore diviene, improvvisamente, protagonista.


    Ogni parabola di Gesù nasce da una situazione concreta; quella del nostro racconto è rappresentata da un dialogo che ha per oggetto il tema, delicato e controverso, della conversione: parola, oggi più che mai, abusata, che richiama alla mente costrizioni e violenze.

    Ma nel suo uso originario, tanto in lingua ebraica come in lingua greca, questo termine evoca il cambiamento concreto della direzione dei propri passi e la trasformazione profonda del proprio modo di pensare: questo soltanto, per Gesù, è il senso autentico di ogni conversione che, come tale, non può mai nascere dall’imposizione ma soltanto dall’intimo convincimento. Ed è proprio questa convinzione personale ciò che le parabole raccontate da Gesù vogliono sollecitare e trasformare, nel pieno rispetto della libertà di chi ascolta. Gesù si limita ad offrire un’opportunità di riflessione: desidera uditrici ed uditori intelligenti, non ossequiosi; crede che la fede sia questione di comprensione profonda, non di sottomissione della coscienza. Così, attraverso narrazioni che fanno del coinvolgimento il cuore del loro fascino, Gesù invita i semplici che lo ascoltano a rialzare la testa e a fidarsi di quell’intelligenza che posseggono, sebbene le autorità politiche e religiose la disprezzino poiché, in ultima analisi, la temono. A queste donne e a questi uomini restituiti alla piena dignità della loro intelligenza, Gesù narra la parabola che abbiamo ascoltata.


    Il primo a comparire sulla scena è il proprietario della vigna che, tra le viti del suo terreno, aveva piantato un fico, allo scopo, naturalmente, che quest’albero portasse frutto. Da tre anni, però, dice il nostro racconto, quest’uomo si avvicina all’albero e ne constata la sterilità. Di una pianta ornamentale, però, il padrone della vigna sembra proprio che non abbia che farsene: a suo giudizio quel fico non fa che occupare inutilmente il terreno. Di più: sfrutta a vuoto la terra, ovvero, letteralmente, fa ciò che compie ogni sfruttatore: rende senza frutti un terreno potenzialmente fruttifero, lo impoverisce e vive alle sue spalle.

    Si tratta, in fin dei conti, di una sorta di parassita: si nutre della terra sottostante e non produce nulla. Il parallelo con la realtà delle nostre società dell’opulenza è estremamente calzante: quasi tutti noi abitanti del cosiddetto «primo mondo» conduciamo, in fin dei conti, un’esistenza parassitaria, che si alimenta in eccesso sottraendo ad altre vite l’essenziale, senza che, peraltro, la cosa provochi scandalo o indignazione. Ma l’immagine di Gesù vale anche sotto l’aspetto personale: la sterilità che si nasconde dietro l’apparente rigogliosità delle nostre vite è la fonte più nascosta di un malessere strisciante, di un’insoddisfazione dilagante. Il frutto è l’immagine di ciò attraverso cui ciascuno, ciascuna di noi è in grado di nutrire chi gli sta accanto o le si fa incontro: e constatare la nostra aridità è fonte inevitabile di delusione e frustrazione. Per noi, certamente, ma anche per quel Dio che ci vorrebbe feconde e fruttiferi.


    Dietro l’immagine del proprietario della vigna, difatti, si adombra quella di un Dio, come noi, deluso, che di fronte alla constatazione di una sterilità prolungata e avvilente, conclude sconsolato: qui non resta altro da fare che tagliare. Del resto, è ciò che farebbe ogni contadino assennato: e gli uditori di Gesù lo sanno bene, tanto che non rimprovererebbero nulla ad un padrone che ragionasse in questi termini e chiedesse loro, con tutto il diritto, di recidere un albero infruttuoso. Ma ecco che avviene l’inatteso: il vignaiolo, colui che ogni giorno ha lavorato il terreno godendo della vista di quell’albero e, probabilmente, della sua ombra ristoratrice nell’arsura estiva, chiede una proroga: «Un anno soltanto», dice. E non si tratterà di un tempo durante il quale lui resterà a guardare che cosa succederà: no, si rimboccherà le maniche.

    Scaverà tutt’intorno al fico, farà tutto il possibile per smuovere il terreno dove affondano le sue radici, lo concimerà: gli dedicherà tempo, cure, amore, che è disposto a sottrarre alla cura della vigna, purché quell’albero all’apparenza inutile possa continuare a vivere. Un anno soltanto: una richiesta che fa appello alla clemenza del proprietario, che intende smuoverne il cuore attraverso l’amore che lega chi lavora la terra alla pianta che gli offre riparo dalla pioggia e ristoro durante la canicola. Il contadino farà di tutto perché quel fico amato torni a portare frutto: ma sa che il suo sforzo e il suo compito si esauriscono nelle cure date con amore e senza risparmiarsi. La certezza di una nuova fecondità non gli è data: l’albero dovrà fare la sua parte, dimostrarsi sensibile a quell’affaccendarsi premuroso intorno alle sue radici. Anche l’amore, unico rimedio efficace alla sterilità, va accolto, avvertito, sostenuto: da solo, persino lui, è incapace di restituire alla vita, di preparare la nuova fioritura.


    Gesù vuole credere nella nostra capacità di portare frutto: stempera persino il pessimismo di un Dio sconsolato di fronte alla nostra persistente aridità; chiede ancora del tempo, quel bene così prezioso che ci sfugge come sabbia tra le dita e che stoltamente ci illudiamo che sia infinito.

    Di più: al padrone della vigna rivolge parole chiarissime: «Se poi questo frutto non dovesse arrivare, allora potrai tagliare l’albero: ma dovrai farlo Tu – sembra dirgli – da me non aspettarti che lo faccia».

    Gesù non conosce la logica dell’ultima spiaggia: è sempre disposto ad offrire una nuova opportunità, a dare fiducia oltre ogni limite ragionevole, a concedere ancora del tempo, anche quando di tempo, ormai, sembra non essercene più.

    «Aspetta ancora un poco», chiede per noi Gesù al Padre: crede fermamente che la nostra sterilità possa mutare in fioritura. Se sapremo sentire la premura delle sue mani che smuovono la terra intorno alle nostre radici, se avvertiremo la loro carezza fiduciosa, ciò che giaceva spento nei nostri tronchi secchi tornerà a germogliare, nuova linfa riprenderà a percorrere i nostri rami nudi, rivestendoli di foglie e Dio raccoglierà, insieme con noi, i frutti maturi e dolci del nostro tornare ad essere, proprio come Gesù, l’instancabile vignaiolo, pienamente umani.


    [Intra, Domenica della Riforma 2019 - Pastore Alessandro Esposito]



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                             Filippesi 2 , 6 – 11



    Cristo Gesù,il quale era in condizione di Dio,non considerò un possesso per sél’essere uguale a Dio,


    ma annientò se stessoprendendo la condizione di servoe divenendo simile agli uomini.


    Facendosi incontrare davvero come un uomo,umiliò se stesso,essendo divenuto obbediente sino alla morte,


    e alla morte di croce.Per questo Dio lo ha sovranamente innalzatoe gli ha fatto grazia del nome


    che è al disopra di ogni nome,affinché nel nome di Gesùsi pieghi ogni ginocchionei cieli, sulla terra e negli abissi,


    e ogni lingua confessi cheGesù Cristo è il Signorea gloria di Dio Padre.




    IPaolo noi leggiamo alcuni testi che non sono suoi. Sono degli inni delle comunità che riprende ed inserisce nelle sue lettere. E dal momento che le lettere di Paolo sono i più antichi scritti cristiani in nostro possesso, quegli inni, che sono addirittura più antichi delle lettere, rappresentano allora la primissima voce dei credenti arrivata fino a noi, una voce che risale anche a quasi solo venti anni di distanza dalla morte e risurrezione del Signore.



    Il più famoso di quegli inni “primordiali” è quello che abbiamo ascoltato dall’epistola ai Filippesi.


    É bello ed è prezioso, dare voce oggi a quest’antichissima voce, perché questa superba confessione di fede della primissima cristianità ci ricorda che l’evento Gesù è così grande che ogni banalizzazione, anche coi più sinceri buoni sentimenti, di ciò che lo riguarda, è qualcosa di grave, è quasi una bestemmia.



    I.


    Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio, non considerò un possesso per sé l’essere uguale a Dio, ma annientò se stesso prendendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”.


    Era “uguale a Dio” e “annientò se stesso”. I credenti delle prime comunità vedevano nel bambino nato a Bethleem né più né meno che l’annientamento di Dio! Questo è la verità di quell’evento di duemila anni fa che oggi ricordiamo. E allora è l’impensabile! Colui che “era nel principio, e era presso Dio, e era Dio… la Parola, il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose son ostate fatte, e senza la quale assolutamente nulla è stato fatto”, s’è fatto una creatura, un batuffolo di carne e di sangue. Siamo davanti al “mistero dei misteri”… siamo alle prese con la vertigine…



    Di più. Questa è la “bestemmia” che le altre grandi religioni monoteiste rimproverano al Cristianesimo: Dio, l’Altissimo il Santo, del quale dobbiamo stare attenti anche soltanto a pronunciare il nome, perché lo si può solamente mormorare in alcuni momenti “con timore e tremore”, si fa “servo”!


    Davvero, quest’annuncio è insopportabile! È un insulto alla maestà dell’Eterno, alla sua immutabilità e alla sua onnipotenza.



    Così gli altri credenti nel Dio unico hanno reagito ed ancora reagiscono all’Evangelo dell’Incarnazione. E così dimostrano di aver colto l’abisso che quell’evangelo ci spalanca sotto i piedi, molto più di tanti cristiani e cristiane che vivono con tutta tranquillità la nascita di Gesù come la “bella poesia” del presepe…


    In realtà, qui è tutto un mondo che si capovolge, e quando il mondo si capovolge, nessuno più riesce a stare in piedi. Ognuno deve capovolgersi anche lui…


    Oggi” – così hanno detto ai pastori gli angeli dell’annuncio del Natale – “oggi è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore” (Luca 2,11). E nulla è più, e nulla può più essere, come prima. Il mondo, la vita, la morte, il senso delle cose… tutto cambia! E anche noi dobbiamo cambiare. Se tu intuisci anche vagamente che in quel bambino che nasce, “Dio si annienta”, questo non può non sconvolgerti la vita: o provi orrore, o il cuore ti si gonfia di stupore.



    Quello stupore, e la riconoscenza… l’entusiasmo che ricolma quest’inno che Paolo ci ha trasmesso: “Cristo Gesù, il quale era in condizione di Dio… annientò se stesso…divenendo simile agli uomini”.


    C’è qui davvero tanta meraviglia. C’è la sorpresa di chi è alle prese con l’impossibile, e pensa di sognare e poi si rende conto che… no… non sta sognando e invece sta contemplando la realtà. E si rende anche conto che tutto questo è accaduto ed accade per lui, che se Dio in Gesù “ha annientato se stesso”, l’ha fatto per me! Perché mi ama. Ama me, proprio me!


    Ma allora, se mi sento insignificante, ora so che non è così. Perché so che per lui, per il mio Dio, io sono importante; so che lui tiene a me al punto che s’è svuotato di se stesso per farsi come me, per dare senso, redenzione, gioia alla mia vita! Allora, se mi sento povero e miserabile, so che non è così. Io adesso sono ricco, sono un vero nababbo, perché Dio adesso è mio… adesso mi appartiene come io appartengo a lui. E se mi sento solo e abbandonato, so che in quel bambino Dio mi si è fatto vicino, s’è fatto mio fratello, il mio compagno di strada che non mi lascia più, qualsiasi cosa accada…



    E lo stupore a questo punto si fa gioia, si fa entusiasmo ed inno…


    Perché poi, non soltanto nel bambino di Bethleem, Dio s’è fatto “simile agli uomini”, ha cioè condiviso la nostra condizione, ma ha poi portato questa condivisione fino al suo compimento. E così la parabola della storia dell’uomo Gesù di Nazareth, iniziata sul legno della mangiatoia si chiuderà su un legno ben diverso: “Umiliò se stesso, essendo divenuto obbediente sino alla morte, e alla morte di croce”.


    Gesù è nato per morire, come tutti noi. E morirà su un patibolo, della morte dei malfattori. Ma proprio perché in lui è Dio che s’è reso presente in mezzo a noi, la morte non ha potuto trattenerlo nelle sue grinfie. Gesù è stato strappato via da quegli artigli, e la potenza della divinità ha annientato colei che lo annientava. E con lei ha sconfitto, una volta per tutte, il male ed il peccato.


    E alla vittoria fa seguito il trionfo: “Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha fatto grazia del nome che è al disopra di ogni nome”, e adesso davanti a lui è necessario e giusto che “si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre”.



    C’è qui davvero come un santo entusiasmo, una gioia esplosiva.


    Quei poveri, sparuti primissimi cristiani, sovente emarginati, a volte perseguitati, confessano Gesù come l’unico “Signore” (lui, e non il Cesare di Roma!) davanti al quale ci si deve inchinare, e chiamano l’universo a unirsi a loro. Ogni realtà che ha vita deve adesso prostrarsi e celebrare colui che “essendo uguale a Dio”, è nato, è morto, è risorto per tutti.


    Davvero questo è l’inno della gioia cristiana. La gioia dirompente di chi ha scoperto in Gesù la grande offerta di vivere finalmente da uomo e donna liberi.



    II.


    Ma liberi da chi?… o da che cosa?…


    C’è un particolare in questa confessione di fede, che ci può forse aiutare a capire perché quegli uomini e quelle donne erano così gioiosi della libertà ricevuta in dono dal Signore. È là dove la confessione afferma: “nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e negli abissi…”.


    Il mondo in cui il cristianesimo è nato, nonostante la pax romana imposta a tutti, era in preda a una grande insicurezza, perché aveva un principe in terra, ma non aveva più dèi in cielo. Le divinità tradizionali della Grecia e di Roma erano ormai invecchiate, irrimediabilmente. Non avevano più credibilità. Si continuava, certo, ad andare ai loro templi, a offrire loro doni e sacrifici, lunghi cortei e splendide cerimonie, ma quasi nessuno credeva più alla loro reale esistenza. Erano figure simboliche, splendide personificazioni della sapienza umana e dei poteri che conducono la storia, dei sogni degli umani e delle realtà e dei fenomeni naturali, come il cielo, il mare, le sorgenti, i fiumi, i boschi, la pioggia. Ed era bello, era doveroso, era “da cittadini dell’Impero” rendere loro pubblicamente omaggio. Ma nessuno avrebbe più seriamente affidato la sua vita e le sue speranze a “Giove Ottimo Massimo” e ai suoi fratelli e sorelle.



    I vecchi numi dell’Olimpo, insomma, si stavano sgretolando, e non ce ne erano nuovi all’orizzonte. Ma se mancano gli dèi, il cielo allora è vuoto!


    E poiché gli esseri umani hanno sempre avuto il terrore del vuoto, ecco che, per riempirlo, arrivano gli spiriti. Ogni cosa si popola di un brulichio di esseri misteriosi, di origine e di fattezze incerte, benigni o maligni, o benigni e maligni al tempo stesso, potenti oppure deboli, seri e burloni. Una turba invisibile, eppure ben presente, che ricolma ogni spazio, ogni recesso, e si agita e si muove senza posa attorno all’uomo ed alle sue dimore, e nelle profondità stesse della terra; appunto: “nei cieli, sulla terra e negli abissi”…


    E è una presenza ti mette a disagio. Ti senti nudo, impotente ed inerme davanti al male, ed anche al bene che potrebbero farti; senti di dipendere dai loro capricci, dal loro buono o cattivo umore…



    E non soltanto questo. Se mancano gli dèi, se il cielo resta vuoto, non soltanto gli spiriti, anche le potenze terrene aumentano di forza, si fanno più incombenti, minacciose.


    È proprio così. Se non ci sono i signori del cielo che li frenano, i signori della terra, i re e i grandi del mondo, non hanno più alcun limite alle loro pretese di dominio. Abbiamo già accennato ai Cesari, agli imperatori di Roma: non a caso rivendicheranno per sé quel posto vuoto in cielo e il titolo di “Dominus et Deus”, “Signore e Dio”, e in questo modo vorranno impossessarsi non soltanto dei corpi e dei denari, ma anche delle coscienze di chiunque sia sottoposto alla loro signoria.



    In questa situazione, è difficile, è quasi impossibile non essere inquieti, non sentirsi in pericolo, e sotto un giogo sempre più pesante. E allora cerchi aiuto, cerchi una via di scampo dalla dipendenza dagli spiriti “dell’aria, della terra e degli abissi”, e anche una via di scampo dall’oppressione dei potenti che vogliono impossessarsi del tuo animo. Non a caso, l’epoca della nascita di Cristo è stata l’epoca d’oro dei maghi, dei fattucchieri, degli astrologi, dei ciarlatani di ogni origine e tipo, dei riti più bizzarri, di chiunque affermava di avere “la risposta”, di conoscere la via e i mezzi per poterti salvare, per vincere l’angoscia che devastava tanti…



    Ma ecco un “lieto annuncio” diverso da ogni altro comincia a circolare e a scuotere e a stupire tutto il mondo romano. È l’“evangelo” di Gesù Cristo, che si rivolge a tutti, ma soprattutto agli umili, ai poveri, agli schiavi e alle schiave, a chi non può permettersi nemmeno il più scalcinato dei maghi, e proclama che “è nato un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”; e questo “Salvatore”, nato “povero tra i poveri”, da povero è vissuto e da povero è morto, della più miserabile delle morti.


    Ma era davvero “il Signore”. È stato ed è il “Dio con noi”, che ha nel cielo il suo trono da cui nulla e nessuno potrà mai spodestarlo, e che pure ha lasciato di sua volontà, per farsi gratuitamente, per amore!, uno di noi.


    E prima in pochi, e poi sempre più numerosi e consapevoli, e con sempre più gioia, tanti sudditi e le suddite dell’impero si sono aperti a questo incredibile, sconvolgente, bellissimo “lieto annuncio”. E si sono scoperti felici. Hanno scoperto di non avere più paura: nessuno spirito più o meno capriccioso, nessun potente assetato di dominio potrà più fare loro veramente del male, perché l’unico vero Dio Signore del cielo e della terra, adesso è il loro Dio.



    Cristo è nato per vincere, ed ha vinto! “Ha annientato se stesso”, perché ha avuto pietà del nostro smarrimento e, con la sua umiliazione e la sua morte, ha trionfato sul potere bizzarro degli spiriti e su quello terribilmente “normale” dei principi del mondo. Dio lo ha risuscitato, e gli ha restituito “la gloria” che era sua “prima che il mondo fosse” (cfr Giovanni 17,5).


    Adesso, tutto è finito. La minaccia degli spiriti maliziosi che infestano ogni luogo, ogni realtà, il giogo blindato dei potenti, anche il potere implacabile del fato, la forza del destino scandito dalle stelle che con il loro corso tenevano nel pugno le sorti degli umani, ora tutto è sconfitto! Adesso, chi appartiene a Gesù Cristo è libero per sempre, perché lui è veramente, come cantano gli angeli del Natale: la “pace sulla terra agli uomini che Dio ama”. Sì, Gesù è il vincitore! Del male, della morte, di ogni cosa.



    Ecco allora chi era Gesù per quei nostri primi fratelli e sorelle nella fede.


    Ecco cosa voleva dire per loro la sua nascita (il suo benedetto “annientamento”): Dio che irrompe nel mondo e si fa mondo, per sottoporre a sé le potenze dell’aria, della terra, degli abissi del mondo. Per questo, quegli uomini e quelle donne non potevano non essere colmi di quell’entusiasmo la cui eco è arrivata, integra e contagiosa, fino a noi.


    Sì, “contagiosa”. Dall’apostolo Paolo noi sappiamo che le prime comunità cristiane erano cosi ricche di fede e di gioia, che capitava che se qualcuno si trovasse ad assistere per la prima volta a una loro assemblea, ad un loro culto, spesso si alzasse in piedi ed esclamasse: “Davvero Dio è presente in mezzo a voi!” (cfr 1 Corinzi 14,25).



    III.


    Ci siamo riportati al primo secolo, a quel tempo di spiriti fluttuanti, di potenze dell’aria e della terra, di vecchi dèi malati. Un tempo apparentemente agli antipodi del nostro tempo, della nostra cultura e mentalità tecnico-scientifica di uomini e donne del ventunesimo secolo. Eppure sono convinto che proprio oggi noi ci troviamo a vivere l’epoca che forse più di ogni altra di questi duemila anni, è vicina a quel remoto primo secolo.


    Allora – abbiamo detto – gli dèi tradizionali erano moribondi e non ce ne era di nuovi all’orizzonte. Oggi, tutto un modo antichissimo di concepire e vivere la religione è entrato in crisi. Siamo nell’epoca del “post”: siamo postmoderni e anche postcristiani. E sentiamo l’orrore del vuoto, e siamo alla ricerca spesso affannosa di un nuovo modo di vivere il nostro rapporto col trascendente, con quella che alcuni chiamano “energia cosmica”, che possa dare un senso all’universo.


    Allora, il cielo vuoto aveva favorito tutto un proliferare di spiriti, demoni, forze occulte, e di maghi, stregoni, ciarlatani. Oggi, basta guardarsi attorno. Quanti dei nostri contemporanei abituati a viaggiare in turbo jet e ad essere un tutt’uno col computer, l’iPad, il cellulare, affidano le loro angosce e le loro speranze a nuove forme più o meno strane e esotiche di spiritualità, religiosità, magia, confidano in credenze misteriose, si lasciano guidare dal guru o dall’oroscopo…


    Allora, sempre quel cielo vuoto, rendeva più oppressivo il dominio dei potenti, oggi il nostro “cielo vuoto” apre sempre nuovi spazi di conquista ai poteri finanziari ed economici, al terreno e terreste “dio mercato” ed ai suoi sacerdoti; e c’è poi ancora il potere dei politici, e dei media, e delle mode; e c’è il senso di una crisi profondissima che è economica, e non è solo economica, ma è una crisi di sistema, ed è crisi morale, culturale, antropologica, crisi di prospettive…


    Davvero, non siamo per niente lontani da quel lontano primo secolo…



    Come per quegli antichi uomini e donne la cui fede è arrivata sino a noi nell’inno di Filippesi 2, si tratta anche per noi di riscoprire, nell’evangelo del Dio che si fa uomo, il lieto annuncio della nostra libertà. Di dare anche noi ascolto al canto di Bethleem: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore”, come alla proclamazione gioiosa dell’avvento del “Grande Vincitore” su tutto quello che ci rende schiavi.


    Quell’evangelo ha sconvolto, stupito, innamorato, ricolmato di gioia tanti uomini e donne di duemila anni fa, ed il loro entusiasmo è ancora oggi risuonato per noi. Sia questo l’evangelo di questo ennesimo Natale di crisi, e ci contagi con il suo entusiasmo.



    Io ho un sogno di Natale. Colui che è nato per essere “confessato” come “il Signore a gloria di Dio Padre”, ci conceda, in un giorno che speriamo non lontano, che qualcuno che si trovi per la prima volta ad assistere ad un nostro culto, resti così colpito dalla nostra fede, e dalla luce dei nostri occhi e dei nostri sorrisi, da alzarsi e dire: “Davvero Dio è presente in mezzo a voi!”.



                                                                   Ruggero Marchetti



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    “E il padre e la madre di Gesù erano meravigliati per le cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse e disse a Maria, la madre di Gesù: «Ecco, questo [tuo figlio] è posto per la caduta ed il rialzarsi di molti in Israele e come segno di contraddizione (e una spada, poi, trapasserà la tua stessa anima) di modo che vengano rivelati pensieri da molti cuori»” (Luca 2,33-35) 


    Ci troviamo all’inizio del vangelo secondo Luca, in mezzo a quelle pagine che narrano dell’infanzia di Gesù. L’episodio inizia facendo riferimento alla meraviglia di Maria e di Giuseppe, sorpresi dalle parole che hanno ascoltate da Simeone, attraverso le quali il loro figlioletto appena nato era stato definito «luce che illumina le genti e gloria del Tuo popolo Israele». Ma chi è Simeone? Quando lo presenta, Luca lo descrive semplicemente ma significativamente come «un uomo giusto»: vive in Gerusalemme e, da uomo retto qual è, si tratta della persona più indicata per riconoscere Gesù come colui nel quale e attraverso il quale questa giustizia si compie.  

    L’elemento più sorprendente e più dirompente però, in questa confessione, è un altro e consiste nel fatto che chi pronuncia queste parole è un laico, ovverosia, letteralmente parlando, un «uomo del popolo». Non si tratta, infatti, di un sacerdote, di un uomo che, per così dire, “per mestiere” si occupa di amministrare il sacro: Luca, con buona pace di quanti, allora come oggi, rimangono perplessi e scandalizzati da questa scelta, pone sin dall’inizio la vicenda umana e divina di Gesù sotto il segno della laicità. Simeone, uomo retto e laico, viene però incontro a Gesù e ai suoi genitori proprio dentro il tempio, per annunciare che, in verità, con quel tempio e con il suo sacerdozio la predicazione e la vita di quel bimbo, un giorno non lontano, entreranno inevitabilmente in contrasto. Profeta di questa notizia è, come quasi sempre sono i profeti biblici, un uomo del popolo, che agli occhi di Dio è affidabile più di qualsiasi uomo religioso per il semplice fatto che si tratta di un uomo giusto. E persino lo stesso nome che porta non è figlio del caso: Simeone, infatti, vuol dire, letteralmente, «colui che dà ascolto»; ed è questa stessa capacità, il suo saper volgere l’orecchio così come il cuore a Dio, ciò che lo rende, in ultima istanza, un uomo giusto. 

    Ma le sorprese legate a quest’uomo semplice ed integro non sono ancora finite, al contrario, hanno appena avuto inizio. Simeone, infatti, contro ogni consuetudine propria del suo tempo e della sua cultura, sceglie di rivolgere le sue parole non al padre del bambino, ma alla madre. Nella religiosità sacerdotale, ieri come oggi, la donna non è considerata come possibile interlocutrice: la parola circola da maschio a maschio, perché i maschi custodiscono e circoscrivono lo spazio inviolabile del sacro. Il Dio delle istituzioni religiose parla ai soli maschi, i quali poi, sovente, si elevano al rango di depositari del vero. I vangeli, al contrario, sono storia di una rivelazione che, in modo assai significativo, si apre e si chiude al femminile. 

    Ed è con un riferimento all’intimità che Simeone si rivolge, con una confidenza commovente e sorprendente, a Maria. Le dice, infatti: «Una spada, poi, trapasserà la tua stessa anima».  Simeone annuncia a Maria il suo dolore di madre, la ferita da cui dovrà imparare a germogliare la sua fede di donna: il suo Gesù infatti, e lei lo sa, appartiene a Dio, e lei dovrà riscoprirsi madre nel lasciarlo andare, nel rinunciare alla spontaneità del sentimento che tende a trattenere l’amato. Quel figlio suo e non suo, dono dell’amore come lo è ogni figlio, ogni figlia, sarà trafitto a morte e straziato, e con lui il suo cuore di madre. Ma in questo squarcio che verrà a dilaniarle il petto Dio, per bocca di Simeone, promette di gettare un seme: e da quel dolore muto e inconsolabile qual è il dolore della madre che veda morire il figlio, da quel solco che le si scaverà nell’anima e nei sensi, gli ultimi di questa terra riceveranno speranza e nuova vita.     


    [NATALE 2019 – Pastore Alessandro Esposito]




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    Matteo 2, 1 – 12

         Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode.

    Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».

    Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:

    “E tu, Betlemme, terra di Giuda,non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele“».

    Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».

    Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.

    Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.”


    “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda…”. 

    Così, settecento anni prima che gli scribi nel vangelo dei Magi citassero il suo testo rispondendo al re Erode, il profeta Michea s’era rivolto a Betlemme, ricordandole, seppure per negarla dal punto di vista dell’importanza storica, la sua estrema piccolezza.

    È sempre stata piccola, Betlemme, così “minima” da non essere neppure una città, ma piuttosto un villaggio di campagna, immerso tra verdi pascoli e campi ricchi d’orzo che le hanno dato il nome di Betlehem, “Casa del pane”, ma è antichissima e celebre.

    C’era già trecento anni prima di Michea, e proprio allora era stata sede di un evento decisivo. Come abbiamo ascoltato in 1 Samuele 16, proprio lui, Samuele, aveva ricevuto da Dio l’ordine di ungere un altro re perché Saul era stato rigettato, ed era stato mandato a cercare il nuovo re proprio a Betlemme. Lì viveva un pastore, Isai coi suoi molti figli maschi. E Dio aveva indicato a Samuele di ungere il più piccolo dei figli di Isai, il giovanissimo Davide.

    Era stata un’unzione clandestina, celebrata in un clima di paura per la possibile reazione di Saul, se avesse mai saputo di quel nuovo re nominato al posto suo. Ma poi Davide era davvero diventato re. Il più grande dei re di Israele.

    E certo, un grande re non poteva rimanere nella piccola Betlemme. E infatti aveva scelto di porre la sua sede a sette chilometri da Betlemme, nella ben più popolosa e munita città di Gerusalemme, da lui appena strappata ai Gebusei. E lì aveva fatto trasferire l’arca del Signore, lì aveva costruito il suo palazzo, lì aveva progettato il tempio che avrebbe costruito suo figlio Salomone.

    E nel palazzo di Gerusalemme s’erano succeduti i re, e nel tempio i sommi sacerdoti, e la piccola Betlemme aveva continuato nella sua esistenza sonnacchiosa di borgo di provincia…

    * * *

    Matteo 2, 1-12, ci ha una volta ancora raccontato che, mille anni circa dopo Samuele, altre persone vanno, proprio come è andato lui, a Betlemme a cercare un nuovo re quando già ce n’è uno assiso sul suo trono. Quelle persone non sono dei profeti, anzi, non sono nemmeno degli ebrei. Sono degli stranieri, sono dei “magi”, degli astrologi venuti “dall’Oriente”. Però anche loro sono guidati da Dio.

    Sì, li ha guidati il medesimo Dio di Samuele, servendosi all’inizio del linguaggio muto e però per loro familiare delle stelle: hanno visto nel cielo una particolare combinazione astrale che annunciava la venuta nel mondo di un grande personaggio, e ne indicava anche il luogo della nascita: la terra di Israele. E così si sono messi in viaggio: evidentemente, quegli “uomini della notte”, abituati a scrutare nel cielo, erano gente attenta, sempre pronta a cogliere l’insolito… ad aprirsi alla novità. E questa era una novità importante, per la quale valeva la pena di fare tanta strada… Così, dietro le indicazioni della stella, eccoli adesso nella terra di Giuda. Ma in Giuda, dove andare? La stella questo non lo ha detto loro… s’era tenuta sulle generali…

    Se cerchi un re e non sai dove andare, vai dove c’è un altro re. E dunque i magi vanno dal re Erode, e domandano a lui, con l’ingenuità possibile solo a chi non sa chi è Erode, se per caso conosce “dov’è il re dei giudei che è appena nato” …

    Erode, da sempre abituato a temere complotti e a eliminare possibili avversari, chiaramente si allarma, ma fa finta di niente… Ha capito che quei sapienti venuti da lontano possono facilmente diventare i suoi inconsapevoli strumenti nella caccia che intende scatenare contro quel bimbo che osa farsi chiamare col titolo di re che spetta solo a lui: che vadano a cercarlo, e poi gli riferiscano dove si trova perché anche lui possa andare a rendergli l’omaggio che vuole tributargli…

    Prima però, bisogna almeno sapere verso che territorio indirizzarli… E allora Erode si rivolge al suo clero, agli “scribi” che conoscono la Bibbia. E gli scribi – come già abbiamo visto – gli citano Michea che parla di Betlemme.

    E i magi, seriamente intenzionati a far subito sapere – non appena l’abbiano trovato – a quell’anziano premuroso re, dove si trovi il nuovo re neonato, si rimettono in viaggio… stavolta molto molto breve: uno spostamento di appena poche miglia… E noi possiamo dire che, nonostante tutto, è Dio che li ha rimessi sulla giusta direzione attraverso la parola del profeta.

    E, tornando all’inizio, eccoli adesso – proprio come Samuele – sulla via di Betlemme, in cammino dal vecchio al nuovo re. E riappare la stella, questa volta una strana stella in movimento, che va proprio a fermarsi sulla casa dove c’è il neonato che cercavano. E i magi entrano nella casa di Betlemme e si prostrano davanti al nuovo piccolo povero inerme re bambino che è però al tempo stesso così grande che una stella s’è mossa tutta quanta per lui.

    Poi, dopo avergli offerto i loro doni, doni degni di un re, “avvertiti in sogno di non ripassare da Erode” (e qui vediamo come ancora una volta, dopo la stella e la profezia, Dio continui a guidarli in quest’altro nuovo modo) “tornarono” – ci dice l’evangelista Matteo – “al loro paese per un’altra via”.

    Come sono apparsi, così questi uomini del cammino e della notte ora spariscono. A noi resta il ricordo, e la fiaba dei magi della stella, che hanno visto per primi sorgere nel mondo, nel volto di un piccolo povero re, la nuova vera “stella del mattino” …

    * * *

    Come abbiamo anche prima ricordato, oggi abbiamo anche ascoltato la storia di Samuele: la sua andata a Betlemme a cercarvi un re mille anni prima del tempo di Gesù, e l’unzione di Davide e il suo regno glorioso e la sua scelta di Gerusalemme e il suo palazzo e il tempio.

    Facendo nascere suo figlio proprio a Betlemme, e facendovi arrivare i magi a rendergli omaggio, possiamo quasi dire che Dio ha voluto riportare le cose alla semplicità che avevano all’inizio, quando Samuele aveva lasciato dietro di sé Saul e la sua corte per andare a cercare il nuovo giovane re nella casa di Isai.

    Dio – e la storia della monarchia d’Israele è lì a testimoniarlo – non ha mai amato troppo i re, la loro potenza e il loro sfarzo. Quando i capi del popolo avevano preteso da Samuele che nominasse un re sopra di loro, al profeta che era restio a farlo, il Signore aveva detto: “Da’ ascolto al popolo, perché non hanno respinto te, ma me, così che io non regni su di loro … Ora dunque dà ascolto alla loro voce. Abbi però cura di avvertirli solennemente e di fare loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro” …

    E, Samuele li aveva avvertiti, e come! Aveva fatto l’elenco impressionante di tutte le angherie che i re imporranno loro quando fossero diventati loro sudditi, ed aveva concluso in questo modo: “Voi griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il Signore non vi risponderà”.

    Ma tutto inutilmente, perché, dice la Bibbia: “Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: – No! Ci sarà un re su di noi e così anche noi saremo come tutti gli altri popoli” (cfr 1 Samuele 8, 7 ss.).

    Samuele però aveva ragione: con i re successori di Davide arriverà la rovina, e il popolo griderà a Dio tutta la sua sofferenza, e Dio per lungo tempo non risponderà.

    Ora quella risposta eccola qui! Sotto gli occhi dei magi, si inaugura un nuovo modo di essere re – il modo che Dio vuole! Al posto della sete di dominio, la piccolezza inerme, invece della smorfia spaventata di chi vede dovunque dei nemici, il sorriso di un bimbo… Insomma, alla regalità che gli esseri umani cercano di accaparrarsi con le proprie forze, succede una regalità che è rinuncia a ogni potere…

    Per rendersi conto di questo… per trovare il nuovo re che incarna questo in sé, bisogna essere passati da Gerusalemme a Betlemme. Sì, Betlemme torna al centro della storia. La piccola borgata prende il posto della grande città, la casa del bambino nato come tanti altri bambini, il posto dei palazzi del potere…

    E così ancora una volta, dopo avere lungo i secoli inviato i suoi profeti a difendere la causa dei deboli contro le prepotenze dei potenti e dei re in particolare, Dio ribadisce la sua scelta per i poveri e gli ultimi.

    Ma se lo spostamento da Gerusalemme a Betlemme è la condizione necessaria per trovare il piccolo Gesù, non è però la condizione sufficiente: ai magi è servito qualcos’altro. È servita “la gioia”.

    Perché, ci si fa poco caso, ma la “grandissima gioia” con cui i magi si sono “rallegrati”, non è dovuta all’incontro con il piccolo re, ma è esplosa prima, quando hanno visto la loro stella che di nuovo brillava su di loro. Per questo hanno gioito, per la stella che illuminava la loro ricerca. E grazie a questa gioia per la stella hanno poi trovato e incontrato Gesù!

    La gioia cristiana non è la soddisfazione di uno sforzo ben riuscito, e neanche è la consapevolezza trionfante del possesso di quello che volevi. No… è il rallegrarsi del cuore per una luce che arriva d’improvviso e ti mostra il cammino che ancora devi fare, ma che adesso puoi fare con una nuova lena, con il cuore leggero… insomma è una gioia donata…

    Sì, “Si rallegrarono di una grandissima gioia”: i magi l’hanno vissuta fino in fondo, questa gioia donata dalla stella… si sono sentiti di nuovo nelle mani di Dio… hanno sperimentato la sua fedeltà che non ti lascia…

    E quando poi sono entrati nella casa e hanno visto “il bambino con sua madre”, non hanno perso tempo a domandarsi se proprio quel bambino simile a tanti altri… in una casa semplice come tante altre case… era proprio il re atteso.

    Erano “arcisicuri” di non aver sbagliato: proprio la grande gioia che avevano nel cuore, quella è stata la loro sicurezza. Non hanno chiesto il nome di quel piccolo… non hanno chiesto niente… si sono solo “prostrati” innanzi a lui, e gli hanno dato i doni che avevano portato: come abbiamo già detto, doni degni di un re, perché era proprio un re quello che stava là, davanti ai loro occhi… “un re senza corona e senza scorta”, per citare De André, eppure un grande re: il re annunciato dalla stella della gioia!

    Siamo ancora all’inizio del nuovo anno… di un cammino da fare, da percorrere insieme come chiesa: la chiesa del piccolo grande re di Betlemme…

    Alla luce del racconto dei magi, così come l’abbiamo commentato, forse oggi ci possiamo chiedere: che chiesa siamo e che chiesa vogliamo essere? Una chiesa-Gerusalemme o una chiesa-Betlemme?

    Una chiesa cioè di gente convinta di conoscere a menadito le Scritture e di saperle citare a memoria come gli scribi alla corte di Erode, o una chiesa fatta di persone disponibili a lasciarsi interpellare e a mettersi in cammino alla ricerca di chi non possediamo e invece ci possiede e ci chiama ad andare?

    Insomma, qual è la regalità sotto cui ci piace vivere? Una regalità quale quella che si viveva a Gerusalemme, fatta di potere posseduto, esercitato, difeso… o una regalità da Betlemme: una regalità di servizio? Il piccolo re adorato dai magi mostrerà giustamente, lungo tutta la sua vita, che la sua regalità non lo dispenserà mai da un’attitudine di servizio, fino al dono di se stesso. Ricordate: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti” (Marco 10, 45)?

    E questa questione del potere nelle nostre comunità rinvia direttamente a quella del loro ruolo. Chiese che vivono per se stesse, tutte soddisfatte quando riescono a portare a buon esito le loro iniziative, senza starsi troppo a preoccupare di quello che succede fuori, o chiese “testimoni” che, come i magi oggi, apparsi quasi dal nulla nel vangelo, e poi tornati al nulla dopo aver indicato e adorato in Gesù “il re dei Giudei che è nato”, rinviano a una presenza altra e non a loro stesse, ad un amore che le precede sempre e le fa sempre essere comunità in cammino?

    Davvero, invece di occupare tutto lo spazio alla maniera del palazzo di Erode a Gerusalemme, le nostre chiese potrebbero ispirarsi alla piccola casa di Betlemme, per giunta provvisoria, perché di lì a pochi giorni il piccolo re, ricercato dal “grande”, la dovrà abbandonare. Ma è proprio quella casa “provvisoria” il traguardo agognato del viaggio dei magi indicato dal cielo… toccato dalla stella…

    La chiesa come “casa provvisoria” … casa aperta a chi arriva da lontano, come da lontano sono arrivati i magi… aperta agli stranieri, così come i magi erano degli stranieri… Sapendo che gli stranieri, è Dio che può mandarceli, perché ci rimettano in questione, ci obblighino a nostra volta a incamminarci… a fare cioè quello che dei cristiani debbono sempre fare, se vogliamo essere i discepoli che seguono Gesù.

    La parola profetica ce l’abbiamo anche noi, la stella ci precede, e con lei c’è la gioia… la “grandissima gioia” che è donata da Dio, di chi vede la strada che gli si apre davanti… ci invita a camminare per trovare il nostro re, e trovare noi stesso… Andiamo avanti, allora: chi ci guida è il Signore!


    Ruggero Marchetti



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    Il celibato ecclesiastico non nasce con il cristianesimo, ma viene introdotto successivamente nella chiesa cattolica occidentale. Nella Bibbia, apostoli, vescovi e sacerdoti hanno moglie, figli e figlie. Ne abbiamo parlato con il teologo valdese Paolo Ricca
    Di Elena Ribet, Roma, 14 gennaio 2020
    L’Agenzia NEV ha intervistato il teologo valdese Paolo Ricca sul tema del celibato ecclesiastico e delle recenti richieste provenienti dal Sinodo dell’Amazzonia di aprire all’ordinazione degli uomini sposati.
    Preti sposati, qual è la posizione dei protestanti?
    La posizione è quella scelta dai Riformatori del XVI secolo che hanno ritenuto che non ci fossero motivi biblici o di altra natura perché i ministri, e in particolare i pastori di comunità, non fossero sposati. Quindi, i Riformatori stessi, senza eccezioni, si sono sposati. Lutero stesso, anche se a dire il vero si sposò molto tardi, è stato marito, divenendo poi padre di sei figli e figlie.
    Joseph Ratzinger ha chiesto di togliere la sua firma dal libro del prelato guineano Robert Sarah, in uscita in Francia con titolo “Dal profondo del nostro cuore”. Nel volume è presente un saggio introduttivo del papa emerito che avrebbe scritto “non posso tacere”, chiedendo a papa Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati proposta dal Sinodo sull’Amazzonia. Cosa ne pensa?
    Io penso che il celibato sia una possibilità, sia per il cristiano qualunque, il cristiano laico, sia per il cristiano incaricato di un ministero, che sia un ministero sacerdotale, pastorale, diaconale, dottorale o altre forme di ministero apostolico.
    È una possibilità, di cui la Bibbia parla. Gesù a quanto pare non era sposato, ma l’idea che ci sia incompatibilità tra matrimonio e ministero di qualunque natura, nella chiesa, e parlo di ministero maschile e femminile, perché questo vale ovviamente anche per le donne, è un’idea che non ha nessuna radice biblica.
    Se uno sente di essere chiamato a una vita come single, come si dice oggi, come persona singola, bene. Nessuno lo vieta. È anche previsto nella lettera ai Corinzi al capitolo 7, dedicato a queste questioni.
    È una possibilità che, per essere autentica, io penso debba restare libera. Nel momento in cui diventasse una legge, diventasse obbligatoria e si affermasse, come mi sembra sostenga Ratzinger, che c’è un rapporto ontologico, cioè di sostanza, tra celibato e ministero sacerdotale o pastorale (il quale verrebbe messo in discussione, anzi verrebbe negato o comunque irrimediabilmente compromesso dal fatto di avere un rapporto coniugale o matrimoniale), questa affermazione è assolutamente, secondo me, priva di qualunque fondamento biblico e dunque, con tutto il rispetto, priva di verità e di autorità cristiana. Non è una cosa che la fede cristiana deve accettare, questo è il punto. Non è una cosa a cui si deve obbedire in nome della fede.
    Naturalmente tutte le posizione sono degne di essere meditate, non si disprezza nulla e nessuno, ma non mi sento di dire altro. È un’opinione rispettabile, come tutte, ma nulla di più. Un’opinione che non ha nulla di specificamente e autorevolmente cristiano.
    Secondo lei il celibato ecclesiastico andrebbe abolito?
    Quello che si deve abolire non è il celibato, ma l’obbligo del celibato. L’obbligatorietà è ciò che tradisce la natura stessa del celibato. Non che uno sia obbligato a sposarsi, ma l’obbligo del celibato è anche una violazione dei diritti umani.
    Chiunque accetti questa legge lo fa volentieri, volenterosamente, per mille ragioni spirituali, religiose o non religiose. Però, così come è un diritto umano il celibato, così è un diritto umano il coniugio. Amare una persona è un diritto, non è un delitto. Tutti sanno che c’è l’attrazione dei sessi. Ed è una cosa sacrosanta, l’unica grazie alla quale l’umanità sopravvive. Senza essa, senza l’attrazione, non ci sarebbe futuro. Il matrimonio può complicare o risolvere problemi, come tutte le situazioni umane della vita. Non esiste una mistica del matrimonio, e neanche una mistica del celibato.
    Cosa succederebbe se venisse abolito l’obbligo del celibato?
    Se si arrivasse all’abolizione dell’obbligo di celibato sarebbe una liberazione. Si capirebbe in tutto il mondo che ministero e matrimonio (l’amore coniugale e familiare) possono coesistere, oppure no, ma non possono essere scelte imposte.
    È chiaro che una vita familiare infelice, del pastore, o del prete, può riflettersi negativamente sull’esercizio del ministero, ma questo non giustifica imporre una scelta. Ratzinger sosterrebbe nel suo saggio che nell’Antico testamento i sacerdoti dovevano promettere di astenersi da ogni atto sessuale con la propria moglie, vivendo da fratello e sorella. Non lo sapevo, mi riesce molto strano crederlo, ma sarebbe una legge iniqua.
    Dietro tutto questo c’è il sospetto, per non dire la convinzione, che la sessualità sia peccaminosa in sé, che qualunque atto sessuale tu compia, tu pecchi. Perché il peccato è lì da qualche parte, in modo misterioso. È un’idea antichissima, diffusissima anche nel cristianesimo e, forse, una delle ragioni per cui la rinuncia alla sessualità è stata capita come primo passo per la santità. Ma queste sono teorie fuori dalla sacra scrittura.
    Io non ho una sapienza diversa da quel poco che posso capire dalla Bibbia, dove tutto questo non esiste. Pensiamo al Cantico dei cantici. È un manifesto della sessualità come grazia divina, uno dei più bei doni che l’umanità possa sperimentare.


    Paolo Ricca, teologo, pastore valdese, professore emerito della Facoltà valdese di teologia, ha pubblicato numerosi saggi e volumi, fra cui il libro “Da monaco a marito. Due scritti sul matrimonio (1522 e 1530) di Martin Lutero”, edito da Claudiana.





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    Cari fratelli e sorelle, “Ogni cosa è possibile per chi crede”, dice Gesù e il padre del bambino malato risponde: “Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità.” Il padre del bambino è cosciente che la sua fede non è quella che poteva spostare i monti, ma era una fede debole, tormentata dai dubbi e bisognosa dell'aiuto di Dio per fortificarla. Nonostante ciò il suo bambino viene guarito, perché non è il padre con la sua fede debole, ma Gesù che realizza la guarigione. Questa distinzione è fondamentale per capire che l'effetto della fede, sia essa guarigione o salvezza, non dipende dalla forza o debolezza della nostra fede, ma da Gesù. Lutero lo spiegò con un esempio: Se uno ha 1000 euro (ovviamente il Riformatore usava un'altra valuta) e li conserva avvolti in un fazzoletto di carta, mentre un altro ha anche 1000 euro e li conserva in una cassaforte, ambedue sono ugualmente ricchi, solo che per il primo il rischio di perdere i soldi e di diventare povero è molto maggiore. Così è con la fede debole (il fazzoletto di carta) e quella forte (la cassaforte): ambedue “hanno” Gesù Cristo e sono quindi ugualmente ricche. Questa è ad es. una ragione per cui non si dovrebbe “giudicare” la fede degli altri. Comunque, nella vita ci sono varie prove in forma di tentazioni, perdite, delusioni ecc. e potrebbe essere che una fede debole non resista. Perciò è bene curare ed esercitare la fede nei tempi buoni, affinché possa resistere nei tempi difficili. Se invece pensiamo di avere già una fede forte, probabilmente ci sbagliamo, in quanto la fede è per definizione una fede contro il dubbio, contro l'apparenza. Se manca il dubbio, qualcosa è sospetto. In secondo luogo, è sospettoso avere una fede forte, perché la fede è un dono di Dio che riceviamo ogni giorno in modo nuovo, non qualcosa che uno possiede. La fede non è un possesso, ma piuttosto una relazione che riguarda tutta la persona. In questo senso si può anche affermare di “avere” fede, anzi è importante farlo. C'è infatti una differenza fondamentale tra chi dice di aver forse fede e di chi afferma di aver fede, seppure debole. Il primo, l'agnostico indeciso, non ha niente, il secondo ha tutto nonostante la debolezza della sua fede. La fede, seppure dono di Dio, non si realizza senza il pieno coinvolgimento del credente che deve prendere una decisione personale pro o contro la fede. È bene aggiungere al “Io credo” la preghiera di aiuto a credere, perché ne abbiamo bisogno. Bonhoeffer disse che Dio ci dà ogni giorno la fede di cui abbiamo bisogno, ma non di più, affinché non ci insuperbiamo. Non so se iniziate quest'anno con speranza o preoccupazione, con una fede salda o con molti dubbi. Come sia, il versetto dell'anno ci invita di affidarci a Dio non solo per le varie circostanze della vita, ma anche per la fede stessa. Auguro a tutti noi un felice anno 2020 in cui Dio giorno per giorno nutra la nostra fede e guidi i nostri pensieri e le azioni.

    Vostro

    Pastore Dieter Kampen



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